Desideri desideranti cercansi
In questi ultimi mesi mi è capitato di mangiare un paio di volte in ristoranti nelle nostre piccole città storiche medioevali delle Marche e dell’Umbria. Due cose mi hanno colpito, due segnali di un vero cambiamento d’epoca. La prima riguarda i prezzi di quei ristoranti. Ormai quando si entra in qualsiasi ristorante di una di queste città - le mie erano Montefalco e Urbisaglia - è praticamente impossibile mangiare un antipasto un primo e un contorno senza spendere meno di 50 euro. Arriva subito lo chef che presenta il menù del giorno, poi portano assaggino di olio e di zuppette «homemade», come dicono; quindi pane cotto dal loro forno, piatti molto ricercati, tutto servito con lussuosi piatti e bicchieri - tutti accessori che, ovviamente, alla fine si pagano. Se poi, per caso, uno prende anche un secondo e mezzo bicchiere («calice») di vino, si arriva a spendere 80 euro a persona. Solo dieci anni fa, si mangiava con 20/30 euro, e la differenza non dipende certo dall’inflazione.
Che cosa è successo? Il boom del cibo e del vino italiani nel mondo ha fatto sì che siano sorti molti nuovi locali per catturare un nuovo turismo internazionale, anziano e facoltoso; con l’effetto collaterale che i vecchi ristoranti hanno dovuto cambiare stile e menù e … prezzi. E così, se una famiglia con figli, di ceto medio, vuole andare a ristorante, può farlo un paio di volte l’anno, al massimo. In altre parole, il mercato della ristorazione sta diventando una faccenda di élite benestanti, sempre più non italiane, con il conseguente allontanamento degli indigeni non facoltosi. Il benemerito movimento slow-food ha fatto molto bene, ma non ha certamente contribuito a calmierare i prezzi dei ristoranti. Ci sarebbe bisogno di un nuovo movimento di ristoranti che consentano alle persone «normali» di riavvicinarsi al buon cibo.
Il secondo aspetto riguarda i cani, un tema che quando l’ho toccato in passato mi ha procurato parecchie maledizioni e amici che mi hanno tolto l’amicizia Facebook. Ci riprovo, facendo tesoro delle esperienze passate. In entrambi i ristoranti c’era in sala un cane che, appollaiato sulla sedia, mangiava nella sua ciotola sulla stessa tavola dei «padroni». Ormai, pensavo, sotto il tavolo del ricco epulone c’è rimasto solo Lazzaro, anche i cagnolini sono saliti al piano di sopra. Nelle case degli italiani ci sono circa 20 milioni di cani e gatti, più cani che gatti. Un fenomeno recente e che negli ultimi dieci anni è esploso. Anche qui la domanda: da cosa dipende? Premesso che la presenza di cani e gatti nelle case è qualcosa di bello, migliora il benessere delle persone, spesso la salute, la compagnia di anziani e persone sole. La loro presenza arricchisce la vita di tutti, aumenta il bene comune. Secondo un mio (originale!) amico teologo, sono una delle presenze misteriose di esseri spirituali cugini degli angeli. Nella mia casa ci sono sempre stati gatti e cani, sono cresciuto in loro bella compagnia.
Detto questo, e tutte le altre cose belle che potrei dire su cani e gatti, un discorso lo dobbiamo fare. I cani e i gatti ci piacciono molto per molte ragioni. Una importante, e troppo poco enfatizzata, riguarda il cambiamento che stanno subendo le nostre relazioni. Facciamo sempre più fatica ad accettare l’ambivalenza degli esseri umani, le ferite che ci procurano. Non ci piace la sofferenza per gli abbandoni, per i lutti, per i conflitti e i litigi. Ecco allora che nella diminuzione delle relazioni umane e delle amicizie crescono le relazioni con i cani e con i gatti, che si presentano come relazioni fatte di «benedizione senza ferita». Soprattutto i cani ci trattano come i loro dèi, sono fedeli, non ci tradiscono mai, ci attendono la sera al ritorno saltando e abbaiando.
Perché, allora, investire in rapporti umani carichi di potenziali ferite se ho la possibilità di avere un cane, che è fonte di sola gioia? Non ce ne rendiamo conto, ma dietro alla scelta di comprare un cane c’è anche questo. Niente di male, purché teniamo presente qualcosa di importante. Come ci insegna la psicologia - quella di Lacan in particolare - la felicità più sublime sta nel desiderare un desiderio che ci desidera come noi lo desideriamo. Solo le persone possono soddisfare questo bisogno. Certo, potremmo dire che anche il nostro cane ci desidera (i gatti poco), ma è certamente un desiderio diverso, asimmetrico e senza reciprocità tra pari. Con cani e gatti le ferite sono minori (quando si ammalano e muoiono la sofferenza c’è), ma minori sono anche le benedizioni. Sarà questa carestia di «desideri desideranti» che ci ridonerà la voglia di fare figli e di avere più amici - e di continuare ad avere anche qualche animale.
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