Giovani, indifferenti e «senza Dio»

È il popolo dei nuovi atei che, anziché negare l’esistenza di Dio per convinzione, si definiscono perlopiù indifferenti nei confronti della fede. Ma anche nel più profondo agnosticismo, permane una ricerca di senso…
09 Marzo 2026 | di

Anna ha 12 anni, frequenta la seconda media e lo scorso novembre ha completato il percorso catechistico ricevendo il sacramento della comunione. Ora che le «tappe obbligate» dai genitori (entrambi credenti, ma poco praticanti) sono finite, la ragazzina si rifiuta di partecipare ai gruppi di animazione che organizzano in parrocchia, perché – parole sue – non crede più a certe «favolette» e ha iniziato seriamente a pensare che Gesù sia una fake news. In realtà, in classe non è l’unica a crederlo… La sua amica Giorgia, l’altro giorno, ha paragonato il Figlio di Dio a Babbo Natale. Entrambi, secondo la giovane, non sarebbero mai esistiti, anche se in famiglia le hanno sempre detto il contrario… Almeno mamma e papà. Perché invece il fratello Davide, 19enne in piena crisi adolescenziale, è troppo preso dalla Playstation per preoccuparsi di fatti accaduti più di duemila anni fa. È già tanto se, tra una partita e l’altra, si ricorda di sedersi a tavola per la cena. 

Anna, Giorgia e Davide non sono i protagonisti di qualche fiction televisiva, ma persone reali, abitanti di una piccola città italiana che, solo nel centro storico, conta decine di edifici religiosi. Chiese e oratori che, nella migliore delle ipotesi, aprono i battenti qualche giorno a settimana, perché l’affluenza di fedeli è quel che è, e perché i pochi parroci rimasti faticano a gestire più luoghi sacri contemporaneamente. Lo scenario coincide in pieno con l’immagine fotografata dall’Istat nel 2022-2023 (Indagine multiscopo), secondo cui il 31% degli italiani non entra mai in un luogo di culto e solo il 18% della popolazione frequenta la Messa settimanale, percentuale che, rispetto al 2001, si è praticamente dimezzata. Certo, come conferma il Pew Research Center’s Forum on Religion di Washington, il cristianesimo oggi resta la religione più diffusa al mondo, con il 30,7% di credenti in Africa, il 24,1% in America Latina e il 22,3% in Europa. Ma i numeri sono a dir poco variabili, e la partita tra fede e ateismo è tutt’altro che vinta. Già tre anni fa l’Ipsos segnalava, nello studio Global religion 2023, che la percentuale di cristiani in Italia era scesa al 61% contro l’avanzare invece dei «senza religione» saliti al 28%. 

A seguire questa tendenza sembrano essere soprattutto le nuove generazioni, come conferma l’ultimo Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, realizzato ogni anno dall’Osservatorio Giovani a partire dal 2013 su un campione di ragazzi tra i 18 e i 29 anni. «Nel 2013 i giovani che si dichiaravano, per autopercezione, cristiani cattolici, erano il 56,2%; nel 2023 sono il 32,7%; i giovani che si sono dichiarati atei nel 2013 erano il 15%, sono diventati il 31%». A denunciare questo trend è Paola Bignardi, curatrice, insieme a Rita Bichi, del volume Cerco, dunque credo? I giovani e una nuova spiritualità (Vita e Pensiero, 2024) che sintetizza la ricerca. Ancor più indicativa, secondo Bignardi, sarebbe la situazione delle giovani donne: «Se nel 2013 si sono dichiarate cattoliche il 62%, nel 2023 la percentuale scende al 33%, quasi la metà. Fa pensare anche l’analisi dei dati rispetto alle fasce di età: i giovani tra i 18 e i 22 anni hanno percentuali più basse rispetto alla media: i cattolici sono il 28,9%, mentre quelli che si dichiarano atei sono il 33%». Altro dato particolarmente interessante per la studiosa sarebbe l’aumento in percentuale di giovani che dichiarano di credere in una generica entità superiore, ma senza far riferimento a nessuna religione: «Nel 2023 sono il 13,4%; nel 2020 erano l’8,7%; nel 2016 il 6,2%». Come a dire che, al di là del credo, è insito anche nei più giovani un certo bisogno di spiritualità, lo stesso fotografato nel 2023 dalla ricerca di Barna Group su un campione di duemila giovani statunitensi nati tra il 1999 e il 2015. «Indipendentemente dalle loro convinzioni religiose – si legge nel report della ricerca -, oggi la Generazione Z partecipa a varie pratiche religiose e può essere aperta a esplorare in una certa misura le tradizioni spirituali, anche se non si identifica necessariamente con una religione in particolare». 

Non solo in Italia, dunque, sembra crescere tra i giovani una certa ricerca di senso, non necessariamente legata però al concetto di fede e trascendenza. Di questo avviso è Franco Garelli, professore emerito di Sociologia dei processi culturali e di Sociologia delle religioni all’Università di Torino, nonché autore di numerose pubblicazioni in tema di religione e ateismo. «Oggi più che mai ci troviamo ad affrontare un problema di definizione. Anche tra i praticanti molti preferiscono dichiararsi credenti piuttosto che cattolici. C’è un travaglio nel definirsi che indica un travaglio nel collocarsi. Questo perché, a differenza del passato in cui la religione equivaleva alla normalità e scandiva la vita quotidiana, ora la fede è considerata una scelta forte che richiede di smarcarsi dalla massa». Una fatica, dunque, che presuppone grande motivazione (non a caso, i cattolici di oggi, seppur inferiori di numero, appaiono dalle ultime indagini molto più convinti di quelli di ieri). Risultato: crescono i giovani agnostici, cresce l’indifferenza – rappresentata dai nones (i giovani che dichiarano di non identificarsi in alcun Dio, di non appartenere ad alcuna confessione e tradizione religiosa) – e non ci sono più gli atei radicali di una volta.

Di generazione in generazione

All’origine di questo successo dell’indifferenza illustrato da Garelli, insieme a Stefania Palmisano, nel suo ultimo libro Le religioni nel mondo globale (Il Mulino), ci sarebbe il senso di inquietudine e frammentazione in cui viviamo, ma soprattutto l’effetto di una società pluralista e multiculturale (oltre che multireligiosa) che ha già portato a una frattura con la tradizione e col passato. E così, continua Garelli, «si crea un grosso gap tra la generazione dei nonni e quella dei nipoti». Un divario che, tuttavia, contro ogni pronostico, porta con sé anche arricchimento e comprensione reciproca. «I miei nonni credono ciecamente in Dio e nei precetti cristiani, pregano e vanno a Messa ogni domenica – spiega M., 24enne non credente intervistato da Franco Garelli per il libro Piccoli atei crescono (Il Mulino) –. I loro figli si dichiarano cristiani, però non hanno voglia o tempo da dedicare alla religione. Dei nipoti nessuno si dichiara più cristiano, anzi c’è la negazione di tutto quello che non è razionale. Questa negazione, tra l’altro, crea una delusione nei nonni. Per cui noi nipoti, a turno, li accompagniamo la domenica in chiesa, perché vogliamo loro bene».

Rapportarsi col diverso aiuta, dunque, a capire e accettare se stessi oltre che l’altro, in vista di una «biodiversità religiosa» tra credenti e non credenti capace di generare vicinanza e ammirazione. Nasce anche da qui la ricerca di senso di cui parlavamo poco sopra, quel bisogno di spiritualità che Garelli ha indagato in varie interviste a giovani, raccolte nel libro Gente di poca fede (Il Mulino). Alla richiesta di definire la propria concezione di spiritualità (con risposte multiple), il 39,9% ha chiosato: «Cercare di essere una persona buona, di condurre una vita buona»; il 35,5% «Aiutare gli altri, impegnarsi per gli altri»; il 30,4% «Cercare il senso profondo della vita» e solo il 10,4% «Andare in chiesa (moschea, tempio) e agire di conseguenza».

Di questo passo le previsioni illustrate da Paola Bignardi nel 2024 durante la presentazione del libro Cerco dunque credo. I giovani e una nuova spiritualità non sembrano poi così irreali: senza una inversione di rotta, il numero di cattolici sul totale dei giovani italiani potrebbe scendere al 18% nel 2033 e al 7% nel 2050. Meno «pessimista» l’ultima indagine svolta dal gruppo di ricerca «Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs» della Pontificia Università della Santa Croce, con l’istituto GAD3, su 4.889 giovani tra i 18 e i 29 anni, da otto Paesi. Nonostante l’avanzare della secolarizzazione in Occidente, la ricerca registra molti segnali di speranza per il futuro dei cattolici nel mondo. E riscontra anche una certa apertura da parte di atei e agnostici. Un dato su tutti: il 37% dei non credenti chiede ai credenti di pregare per loro. Segno che, anche nei «luoghi» più impervi e nelle situazioni più ostinate, quando tutto sembra perduto, la fede unisce e getta ponti di dialogo… 

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Data di aggiornamento: 09 Marzo 2026

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