Il «peso» della carità

In segno di gratitudine per aver salvato suo figlio, una madre dona al Santo tanto frumento quanto pesa il piccolo. Un antico gesto di carità, che continua oggi nel «Pane dei poveri».
21 Luglio 2022 | di

Era una donna semplice la mamma di Tommasino. Sempre indaffarata tra mille incombenze domestiche. Fino a quel terribile giorno in cui aveva lasciato solo per pochi minuti il suo piccolo vicino a un mastello pieno di acqua, raccomandandogli di non avvicinarsi. Ma, si sa, niente come un divieto stimola la curiosità dei bambini e così, appena la mamma aveva voltato le spalle, Tommasino si era subito avvicinato all’oggetto proibito. E si era sporto in avanti, per toccare con le manine quel nuovo gioco attraente. Un attimo, e il peso della testolina l’aveva fatto sbilanciare e cadere nel mastello. Aveva provato a rialzarsi, ma non c’era riuscito. Pochi minuti e lo sguardo si era offuscato, il respiro era venuto meno. «Non si può morire così a 2 anni» gridò come una pazza sua madre quando lo aveva trovato riverso nel mastello. Urlava, piangeva e si strappava i capelli con la disperazione che solo le madri che hanno perso un figlio sanno. Ma poi, tutt’a un tratto, un lampo di speranza: «Antonio, lui lo salverà. Lo so, ne sono certa». E così, tenendo il figlioletto tra le braccia, pregò disperata il Santo, morto da pochi anni, e promise, in segno di gratitudine per essere stata ascoltata – sì, perché lei già lo sapeva che Antonio l’avrebbe ascoltata, ne era certa – di donare tanto frumento per i poveri della città quanto era il peso del bambino. Passò un’altra manciata di minuti ed ecco che Tommasino cominciò a dare i primi segni di vita: era vivo. Il Santo l’aveva salvato.

Da questo episodio, narrato da uno dei primi biografi di Antonio, Jean Rigaud, autore di una vita del Santo detta Rigaldina, scritta nel 1293, trae origine l’opera del Pane dei poveri. Perché quel gesto, passato alla tradizione come pondus pueri (il peso del bambino), è stato nei secoli ripetuto da molte altre madri, finché, nel 1897, non si decise di istituzionalizzarlo dando origine appunto alla pia opera, complici pure altri fattori, come l’accresciuta sensibilità della Chiesa verso le questioni sociali e il settimo centenario della nascita del Santo (1895) che diede avvio a tutta una serie di iniziative, tra le quali anche, nel 1898, il «Messaggero di sant’Antonio». Nei primi tempi, l’opera del Pane dei poveri funzionava in modo abbastanza improvvisato: nei chiostri della Basilica, in giorni prestabiliti della settimana, i frati ponevano delle grandi ceste colme di pani ai quali chiunque fosse in difficoltà poteva attingere. Da subito, nei giorni della distribuzione del pane, le file di persone affamate riempirono i chiostri. Ma le richieste aumentarono ancora tra le due guerre, quando il pane da solo non fu più sufficiente per lenire la miseria della gente e i frati cominciarono a offrire anche legna, vestiario e altri alimenti.

Ieri e oggi

Otto secoli dopo, ecco un’altra mamma. Viene dall’Africa, ha tre figli piccoli. Ha perso il marito ed è completamente sola in una città che non conosce, in un Paese straniero. Non ha lavoro, non ha i soldi per sfamare i suoi figli, né, tanto meno, per pagare l’affitto. Viene sfrattata. Sola, senza nessuno, che cosa può fare? A chi bussare? A chi chiedere aiuto? Qualcuno dei servizi sociali le indica di recarsi in via Orto Botanico 7, a pochi passi dalla Basilica del Santo. E lì, proprio come la mamma di Tommasino, trova chi le tende una mano, nel nome di Antonio: viene aiutata economicamente, ma anche sostenuta psicologicamente e moralmente. E ora, a distanza di qualche anno, guardandosi indietro, sente di essere grata alla vita e grata soprattutto ad Antonio che, tramite i suoi «eredi» spirituali, l’ha invitata a non mollare, a sperare. Oggi ha un lavoro, a breve avrà una casa. I suoi bambini potranno crescere sereni.

Ma la mamma africana non è la sola che ancora oggi ha potuto sperimentare l’aiuto dell’opera «Pane dei poveri». Sono state ben 420 le persone ascoltate e aiutate nel 2021 (90 delle quali italiane) e 1.160 quelle che hanno avuto sostegno per il cibo. A fare da tramite tra queste persone e la Provvidenza del Signore, un manipolo di religiosi e una laica: fra Luciano, coordinatore dell’opera, suor Antonella, francescana elisabettina, suor Giovanna, francescana dei poveri, e la signora Beppa (fino a qualche anno fa una delle colonne portanti del «Messaggero di sant’Antonio»). L’opera, che è un ente della Amministrazione pontificia della Basilica del Santo, collabora con i servizi sociali, la Caritas diocesana, le Caritas parrocchiali e le associazioni che si occupano di povertà. «Il Pane dei poveri – ci spiega suor Giovanna – cerca di essere un luogo di accoglienza e di ascolto in cui chi si trova in difficoltà, oltre a un aiuto concreto, può trovare uno spazio per raccontarsi, per condividere pesi e preoccupazioni. In situazioni particolari cerchiamo di accompagnare le persone anche mantenendo i contatti dopo, con visite al loro domicilio, al di là dell’aiuto immediato».

A usufruire dell’aiuto oggi sono soprattutto persone senza fissa dimora, a cui vengono offerti buoni pasto da utilizzare presso le Cucine popolari di Padova, sostegno per l’acquisto di medicine o di beni di prima necessità. «Ma seguiamo anche parecchi nuclei familiari con difficoltà economiche dovute alla mancanza di lavoro o a un reddito insufficiente – continua suor Giovanna –. E in questo tempo siamo intervenuti anche per l’“emergenza Ucraina”, con dei buoni spesa per le donne e i bambini che sono ospiti qui a Padova da parenti o da connazionali». È davvero incredibile la carità. È come un terreno difficile, irrigato dalle lacrime di tante persone, ma che sa custodire nel buio e nel segreto semi di bene che germinano lentamente portando copiosi frutti.

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Data di aggiornamento: 21 Luglio 2022
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