La fabbrica dei morti
Un romanzo dal titolo forte, dedicato a un argomento scottante e spesso evitato. Ambientato nel 2035 in una calda estate romana, ha come protagonista Ottavio Deprosperis, il quale incarna i tratti dell’uomo post-moderno: la fede nella tecnica, nel potere dell’economia e del mercato, ma anche l’incapacità di emergere nella società, arrancando dietro a modelli impossibili e frustranti. La sua singolare capacità di colloquiare con i morti (rappresentata senza eccessi dall’autore – prete bresciano –, che mette il protagonista a contatto con le storie dei defunti) gli fa balenare un’idea geniale: quella di avviare un business con la collaborazione dell’Oltretomba, raccogliendo le voci e i vissuti dei passati a miglior vita. Tuttavia, l’incontro con loro, in un cimitero capitolino, è una spiazzante occasione per recuperare l’umanità perduta.
Le vicende narrate dai morti sono toccanti: Sofia racconta della sfortunata storia del grande amore che la legava al marito; Riccardo fa emergere dal silenzio Rosetta, venuta dall’Eritrea e costretta alla prostituzione in Italia con un terribile ricatto; Beppo si mostra non solo come un raccoglitore di foglie, ma piuttosto un esperto di vita e di ciò che la riempie davvero; il monsignor Tic-Toc viene da lontano e condivide storie passate che rivelano la precarietà del tempo cronologico e la preminenza di quello del cuore. Narrazioni che chiedono di fermarsi, di privilegiare la profondità delle relazioni alla velocità e all’efficienza, che aiutano a recuperare il piano dell’estetica della vita, della gratuità, anche attraverso il semplice cantare insieme che appiana le differenze. Perché il cuore non si riempie con il denaro, con la fama o con la tanta scienza, ma con l’umanità delle relazioni buone: «solo nella relazione donativa, gratuita e disinteressata potrai far entrare in te l’eternità».
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