La grande diserzione

Le grandi dimissioni non sono che una delle manifestazioni di forte disagio che colpiscono da decenni il mondo del lavoro dell’Italia, anche rispetto ai partner europei. Capire la natura di questi disagi è un buon inizio per voltare pagina.
01 Maggio 2023 | di

Un sogno vale una vita. Ne è convinto Giorgio Bonomi che proprio nel 2022, nell’anno in cui le dimissioni di massa «all’italiana» hanno raggiunto il picco, ha smesso di essere una delle facce più note del TG3 Veneto per aprire un negozio di dischi in vinile nel quartiere Arcella a Padova. Un’impresa che solo qualche anno fa in molti avrebbero definito folle è oggi la scelta di tanti lavoratori, che si dimettono dal posto di lavoro per i motivi più svariati: un miglior bilanciamento vita-lavoro, un’occupazione più vicina ai propri valori, un ambiente di lavoro meno «tossico», carriere più stimolanti. Il fenomeno delle «grandi dimissioni», com’è poi stato ribattezzato, inizia negli Usa nel 2021 e si allarga a macchia d’olio in tutti i Paesi occidentali. La vera novità è che l’Italia, in genere più restia a recepire i cambiamenti, è tra i Paesi europei in cui il fenomeno raggiunge volumi più significativi. Il trend è visibile nel nostro Paese dal secondo trimestre del 2021 e continua a crescere per 7 trimestri consecutivi, seppur in progressiva attenuazione, raggiungendo nel 2022 la quota di circa 2 milioni e 200 mila dimissioni. Una cifra davvero inedita per l’Italia, Paese dal mercato del lavoro asfittico, dove fino a ieri chi aveva un posto di lavoro se lo teneva ben stretto. 

La punta dell’iceberg

Il fenomeno è in realtà molto più complesso: deve essere letto insieme ad altri parametri, allargando lo sguardo al sistema Paese, ma anche ad altre tendenze in corso a livello internazionale. Il dibattito sulle cause che l’hanno generato è ancora vivace, ma, soprattutto, gli esperti si dividono sulla sua reale portata e sull’impatto che esso avrà sul modo stesso di concepire il lavoro nel prossimo futuro. All’inizio, complice il black-out dovuto alla pandemia, le dimissioni di massa sono state prevalentemente interpretate come la rivincita della vita sulla dittatura di un lavoro troppo ingombrante, che toglieva spazio alle altre dimensioni della vita stessa. Più di recente, soprattutto da parte degli economisti, il fenomeno è stato ridimensionato sia nei numeri che nel significato. Un articolo apparso su «Lavoce.info» allarga la ricerca a dati più vecchi nel tempo. La conclusione è che si tratti di un fenomeno già in atto prima del 2008, che non è da interpretarsi come una fuga dal lavoro ma come l’effetto della ripresa economica post-pandemica; in sostanza, quando l’economia va meglio, il mercato del lavoro è più dinamico e la gente è più propensa a cercare nuove opportunità.

In parte abbraccia questa tesi anche Paolo Iacci, vicepresidente nazionale dell’Associazione italiana per la direzione del personale (AIDP), affermando che al fenomeno delle grandi dimissioni bisogna contrapporre le «grandi assunzioni»: «Nel 2022 abbiamo avuto un tasso di occupazione che non si vedeva dagli anni ’70, per cui le grandi dimissioni sono in realtà un rimpasto all’interno del mercato del lavoro». Una motivazione che tuttavia non spiega come mai un numero così alto di lavoratori abbia deciso in così poco tempo di cambiare occupazione. E Iacci conferma che siamo comunque di fronte a un grande cambiamento: «Il covid – ammette – è stato uno spartiacque; c’è un mondo del lavoro pre-covid e un mondo del lavoro post-covid. Se prima le priorità erano i soldi, la possibilità di crescita e un buon rapporto vita-lavoro, oggi questa triade è ribaltata. Il denaro non è più fine a se stesso, ma serve per ottenere una buona qualità della vita». Un capovolgimento che richiede nuove risposte: «Il vero punto è che è saltato il patto tra individuo e organizzazione che c’è stato fino a ora e adesso serve un nuovo patto, che includa le ultime istanze – continua Iacci –. Oggi le persone vogliono un lavoro e un’impresa sostenibili, ma che cosa questo significhi in termini concreti è tutto da definire».

C’è un’altra verità, però, che sfugge dietro ai dati eclatanti. Il numero delle dimissioni è in ascesa, lenta ma progressiva dall’inizio degli anni 2000 e in questo senso sembra che il covid abbia agito da detonatore, facendo esplodere alcune contraddizioni sepolte sotto il velo della normalità da decenni. «La pausa, forzata dal covid, ha fatto emergere un profondo disagio, un vero e proprio burnout collettivo – afferma Andrea Colamedici, filosofo, autore, insieme con Maura Gancitano, del libro Ma chi me lo fa fare? (ed. HarperCollins) –. Tra quanti si sono dimessi, molti non avevano un piano B e, pur avendo in alcuni casi un buon posto di lavoro, lo hanno lasciato per una questione di sopravvivenza psicologica. A dominare, la stanchezza derivante dall’aver dato tutto al lavoro, spesso senza una paga dignitosa, ma soprattutto senza valori condivisi e senza lo spazio per la propria fioritura. Tutto si consuma nella fretta, senza il tempo di elaborare gli stimoli del giorno; una giostra impazzita, un progressivo scivolare verso il non senso». 

Il disagio, secondo il filosofo, ha alla base un fattore dominante: «Il profitto è stato messo al centro del lavoro e il lavoratore è diventato un mero mezzo per ottenerlo, tradendo il principio supremo della virtù di Kant, racchiuso nella Metafisica dei costumi: “Non trattare mai l’altro essere umano solo come un mezzo ma anche come un fine”». Papa Francesco stesso ha più volte insistito sulla necessità di un «nuovo umanesimo del lavoro». Durante l’udienza ai dirigenti sindacali, lo scorso dicembre, ha detto: «Non permettiamo che si mettano sullo stesso piano il profitto e la persona! L’idolatria del denaro tende a calpestare tutto e tutti e non custodisce le differenze». Poi, riferendosi alle grandi dimissioni, ha dichiarato: «Questo fenomeno non dice disimpegno, ma la necessità di umanizzare il lavoro».

Secondo Colamedici, una delle conseguenze della centralità del profitto è l’affermarsi delle «metropoli lavoriste», dove il lavoro è al centro della vita e la vita occupa solo gli interstizi tra una sessione lavorativa e l’altra. Anzi, il lavoro diventa una fede e si fa a gara a chi lavora di più, considerando o fingendo di considerare poco importante tutto il resto: «Quando il lavoro estende il proprio dominio sugli altri ambiti dell’esistenza, tende a distruggere la vita sociale: le persone smettono di costruire comunità, sia famigliari che amicali, che sociali. Smettono addirittura di pensare che sia salvifico prendersi cura dell’altro, credendo che il sistema in cui vivono sia l’unico possibile».
Gli anni ’90, in particolare, sono gli anni dell’incantamento per il lavoro, a cui tutto dev’essere sacrificato in vista dell’autorealizzazione, di una buona carriera, di stipendi e benefit crescenti. Ma il vuoto di tempo progressivamente porta al vuoto di senso e non c’è benefit che possa giovare. 

Un’infelicità diffusa colta anche dalle ricerche internazionali. La più autorevole è l’indagine Gallup, che ogni anno misura l’indice di infelicità mondiale, passato dal 24 su 100 del 2006 al 33 su 100 del 2021, con un’impennata a partire dal 2018, quindi prima del covid. Uno zoom focalizzato sul lavoro ha rilevato che il livello di stress sul posto di lavoro influenza pesantemente la vita fuori dal lavoro. Sempre i dati Gallup evidenziano che il livello di engagement, ovvero il coinvolgimento del lavoratore rispetto all’azienda, è in caduta libera soprattutto nel Vecchio Continente: è al 21 per cento a livello mondiale, ma al 14 per cento in Europa e addirittura all’11 per cento in Italia. Un disamore rispetto alla tradizionale organizzazione del lavoro che, secondo gli esperti americani, non si traduce solo nella grandi dimissioni ma in un altro fenomeno, chiamato quite quitting, ovvero la tendenza a combattere lo stress da lavoro limitandosi a fare il minimo indispensabile, senza alcun investimento emotivo o di idee. Un distacco ancor più netto si rileva tra i giovanissimi, i quali più facilmente lasciano il lavoro se non vi trovano sufficienti ragioni di crescita, di vivibilità, di soddisfazione economica, alimentando un forte turnover che preoccupa le aziende, già in difficoltà con la ricerca del personale.

Alle tendenze rilevate a livello internazionale si aggiungono fattori strutturali tipici del mercato del lavoro italiano, che portano a veri e propri paradossi. «La società è scossa da contraddizioni pesanti all’interno del nostro mondo del lavoro – rileva Paolo Iacci – e nessuno lo evidenzia. In questi mesi abbiamo raggiunto il massimo livello occupazionale degli ultimi 50 anni eppure il 39 per cento delle ricerche del personale rimane inevaso, mentre oltre 3 milioni di ragazzi, i cosiddetti Neet, né studiano né lavorano. Continuiamo a preoccuparci degli immigrati “clandestini” che vengono nel nostro Paese, che sono circa 110 mila all’anno, ma nessuno parla dei 154 mila italiani, in maggioranza giovani e al 40 per cento laureati, che emigrano all’estero ogni anno, soprattutto dal Nord: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, dalle regioni, cioè, dove c’è più lavoro, mentre in Italia mancano medici, ingegneri, infermieri, economisti. Questi ragazzi non cercano solo un posto di lavoro migliore, ma un Paese dove abbia senso vivere». Un disagio diffuso di cui la società non si fa carico e che è in gran parte sulle spalle dei giovani.

Per Colamedici anche gli oltre 3 milioni di Neet sono una great resignation, nel senso più letterale del termine, ovvero una grande rassegnazione, un grido sordo di dolore. In Italia questo grido è ancora più acuto, perché è il Paese europeo in cui ce ne sono di più: sono il 20 per cento dei ragazzi dai 15 ai 24 anni, contro l’11 per cento della Spagna e il 7,5 per cento della Germania. L’Italia è anche tra i Paesi che spende di meno in Europa per la scuola: «È evidente che per questi ragazzi, lavoro e formazione, così come vengono proposti, non hanno senso. E hanno ragione. Viviamo in una società che dice loro costantemente: “Non mi interessa la vostra vita, non mi interessa il vostro futuro, non mi interessano i cambiamenti climatici perché per noi il profitto è al centro di tutto”. Il mondo dà loro degli inetti, degli incapaci, dei deboli rispetto ai loro genitori. E loro che fanno? Disertano, si ritirano, rispondono con la stessa moneta: non ci interessa». I miti lavoristi degli ultimi decenni, ovvero la possibilità di essere imprenditori di se stessi e di forgiare la propria vita grazie alla forza di volontà, mettono l’ultimo pesante carico su spalle già fragili: «Affermare che l’impegno di un singolo possa fare tutta la differenza è perverso – spiega Colamedici –, perché fa credere che successi e fallimenti dipendano solo dagli individui. Ma questo non è quasi mai vero, c’è sempre una comunità che agisce dietro a un singolo».

Riconoscere per cambiare

Guardare in faccia le crisi sociali può atterrire, persino paralizzare. In realtà tutti i tipi di «grandi diserzioni», dalle dimissioni volontarie ai Neet, all’emigrazione giovanile, hanno già in sé il lievito del cambiamento. Da soli non si va da nessuna parte, afferma Paolo Iacci: «Mi preoccupano in particolare la cattiva opinione che i cittadini hanno delle istituzioni e la disaffezione per la cosa pubblica. Partecipare, invece, serve a cambiare le cose, come per esempio la scuola, l’orientamento, la formazione, le politiche attive del lavoro». C’è poi anche, secondo l’esperto, una possibile deriva culturale: «Sta passando l’idea che la felicità sia oltre il lavoro e nonostante il lavoro, una visione scissa che toglie al lavoro il suo ruolo di costruzione sociale».

«Il lavoro rimane un focus importante – fa eco Colamedici – ma non può essere l’unica dimensione della vita. Credo che si debba ridare spazio a tutto ciò che il lavoro ha coperto con la propria onnipresenza, ovvero l’azione politica, il volontariato, la preghiera, la riflessione, l’ozio e ogni uso del tempo che vada al di là dei fini di profitto. Deve dare senso, il lavoro, creare comunità, concedere il tempo di pensare e di essere. Troppe volte nelle aziende vedo scritti a caratteri cubitali sui muri quei valori che sono poi traditi nei comportamenti quotidiani». Tutte le manifestazioni di resignation, ovvero di rassegnazione, di dimissione, di diserzione se da un lato sono spia di profonda sofferenza, dall’altro hanno il potenziale per cambiare le cose: «Le persone stanno oggettivamente dicendo “io non ce la faccio” – conclude Colamedici – e il cambiamento comincia dal riconoscimento del problema, dal dare un nome al proprio malessere, dal parlarne con gli altri, dal riscoprire che il senso della nostra vita è relazione».

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Data di aggiornamento: 02 Maggio 2023
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