Le sette parole di Cristo
Si dice che occorre pensare per immagini quando le parole non bastano. Eppure anche «l’icona sembra quasi esigere un compimento musicale»: la capacità evocativa della musica di raggiungerci senza mediazioni apre un mondo ulteriore, in cui anche anche elementi contrastanti possono convivere. Il testo ci propone un dialogo tra Muti e Cacciari, che ripercorre le ultime sette parole di Cristo in croce, come sono espresse dalle sette sonate di Haydn, con la crocifissione di Capodimonte del Masaccio sullo sfondo.
L’interessante introduzione permette di entrare con più consapevolezza nel senso del libro, chiarendo alcuni aspetti importanti dell’arte musicale. Anzitutto il fatto che la musica non è primariamente descrizione di cose, ma piuttosto evocazione: spesso la parola viene meno davanti a uno spettacolo come la bellezza dei monti, eppure la musica riesce a suscitare un’emozione che lo richiama. Si arriva, poi, ad affermazioni impegnative, come questa del direttore Muti: «Ci sono delle musiche talmente sublimi che vorremmo rimanessero sul pentagramma, perché tu guardandole, osservandole, senti quei suoni dentro di te capaci di arrivare ad altezze strepitose, che comprendiamo dolorosamente che non riusciremo mai a realizzare».
Nell’introdurre una delle esecuzioni pubbliche delle sonate di Haydn, Muti aveva così invitato all’ascolto: «vi ritroverete ciascuno con la propria vita, i propri dolori, le proprie paure, le proprie esperienze, tutti uniti in Cristo; cioè, l’umanità di Cristo è l’umanità di voi che ascoltate». Non un semplice sentire, ma un coinvolgimento emotivo profondo, che ogni direttore d’orchestra vive e, in questo caso, con un riferimento in più che viene dall’arte; Muti infatti afferma: «Nella crocifissione di Masaccio ho visto in pittura ciò che Haydn mette in musica».
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