La rivoluzione di Zipoli
Trecento anni fa, il 2 gennaio 1726, moriva a Córdoba, con ogni probabilità a causa di una malattia infettiva, Domenico Zipoli, musicista italiano che, diventato gesuita, trascorse l’ultimo decennio della sua vita nella città che allora si trovava nel Vicereame del Perù, e oggi è in Argentina. Zipoli trasformò il linguaggio musicale barocco europeo in uno strumento di evangelizzazione e dialogo nelle missioni della Compagnia di Gesù in America Latina. Già il 3 settembre 1594, il gesuita Alonso Barzana, in una Carta Anua (relazione annuale che i superiori dei missionari inviavano ai vertici dell’Ordine) annotava che «molta gente di Córdoba è incline al canto e alla danza. E dopo aver lavorato tutto il giorno, ballano e cantano in coro per gran parte della notte».
I missionari compresero subito la forza culturale di questa predisposizione, e la indirizzarono verso la formazione cristiana. Lo dimostra anche un’istruzione del 1609 di padre Diego de Torres che raccomandava di «radunare ogni mattina, con dolcezza e nel rispetto dei loro ritmi, i bambini indigeni per imparare la dottrina… leggere e cantare», aggiungendo che, se possibile, si costruissero flauti «perché imparino a suonare», formando anche qualche adulto come maestro. È in questo terreno fertile che attecchisce l’opera di Zipoli. Nato a Prato il 17 ottobre 1688, era già un organista stimato quando, dopo anni trascorsi a Roma sotto la guida dei maestri più in vista dell’epoca, compì una scelta radicale: nel 1716 entrò nella Compagnia di Gesù, e l’anno successivo raggiunse l’America Latina, stabilendosi a Córdoba. Qui completò il noviziato e si preparò al sacerdozio, che però non poté ricevere per l’assenza di un vescovo nella regione. Ma è soprattutto la sua attività musicale a renderlo un ponte tra Europa e Americhe. Le sue Sonate d’intavolatura per organo e clavicembalo, pubblicate in Europa, testimoniano la sua solida formazione.
Tuttavia, nelle missioni gesuitiche della regione (tra le quali le riduzioni dei Chiquitos e dei Moxos) le sue composizioni si trasformarono in messe, vespri, inni e partiture adattate alle orchestre indigene e al contesto liturgico locale. La sua musica divenne parte viva della catechesi: i missionari la utilizzavano per insegnare la dottrina, accompagnare le sacre rappresentazioni e sostenere la vita comunitaria. L’enorme numero di copie manoscritte, prodotte dagli stessi indigeni, dimostra quanto fosse radicata e amata la sua presenza musicale nelle comunità locali. Come osserva il musicologo Leonardo Waisman dell’Universidad Nacional de Córdoba, «Zipoli portò nelle missioni una scrittura europea di altissima qualità, ma la mise al servizio della vita liturgica e comunitaria delle popolazioni locali».
In Italia, la sua riscoperta è coltivata dall’Associazione Prato per Zipoli e dal Festival Zipoli, guidato da Gabriele Giacomelli. Zipoli fu, dunque, protagonista di un fenomeno culturale straordinario: la circolazione della musica colta europea nell’America meridionale, e la sua trasformazione in pratica concreta di evangelizzazione tramite arte, liturgia e vita comunitaria. Le fonti documentarie sono molteplici: manoscritti ritrovati in Bolivia, cataloghi di archivi missionari, edizioni moderne curate dal missionario e musicologo Piotr Nawrot.
Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»!