Come stai?

Profonda conoscitrice della Bibbia, Elide Siviero convive da anni con una patologia degenerativa. In questa nuova rubrica ci aiuterà a riflettere sulla spiritualità nella malattia, donandoci parole buone, parole di cura.
23 Gennaio 2026 | di

Nel nostro eloquio abituale, spesso il saluto è costruito in questo modo: «Ciao! Come stai?» e l’interlocutore educato dovrebbe rispondere: «Bene, grazie! E tu?» in una sorta di rimpallo di convenevoli necessari per continuare con una conversazione o con la propria occupazione. Non so da dove nasca questa consuetudine, ma di fronte a un ammalato va usata con cautela. Bisogna essere davvero disposti ad ascoltare ciò che la persona vuole raccontare, come realmente stia. Il “Come stai?” frettoloso lascia sgomenti: cosa può rispondere chi sta male? È difficile spiegare il malessere, il dolore, la preoccupazione, l’astenia, il disagio, le limitazioni, la paura, la rabbia, la delusione, tutto il grande fardello che la malattia porta con sé. Forse verrebbe solo da replicare: «E come vuoi che stia?», ma una risposta del genere sarebbe offensiva verso l’incauto interlocutore che innocentemente voleva solo salutare. Si ripiega in qualcosa di formale e di superficiale.

Mi colpisce che nel Vangelo, Gesù non chieda mai a nessuno: «Come stai?». Potremmo pensare che questo dipendesse dal fatto che egli conoscesse già tutta la situazione di ogni essere umano, oppure che non appartenesse alla buona educazione palestinese questa modalità di salutare; ma mi piace piuttosto sottolineare il suo comportamento con gli ammalati: si fa vicino, prende per mano, opera guarigioni; non è mai indifferente al dolore dell’altro. Gesù non ci chiede «Come stai?» perché egli semplicemente sta con noi. Questo è il grande annuncio che il Vangelo ci porta.

Chi ha una malattia è come se si trovasse in un’isola deserta, irraggiungibile. È come se fosse precipitato in un abisso inarrivabile: ma ecco che proprio dove nessuno può giungere, proprio lì arriva il Figlio di Dio, che ha vissuto la sofferenza umana fino in fondo per essere il Dio con noi. Una vicinanza reale e regale, l’unica prossimità possibile nella quale possiamo riversare la nostra vita e sentirla accolta, compresa, salvata. Solo così si diventa clementi anche con chi domanda con leggerezza «Come stai?»; si impara perfino a lanciare degli ormeggi dall’isola deserta in cui ci si trova, perché qualcuno possa raggiungerci. Si apprende l’arte di raccontarsi a piccoli passi, sondando la capacità dell’interlocutore di ascoltare, senza travolgerlo con uno sfogo. La consapevolezza sempre più forte della presenza del Signore fa cogliere la preziosità della presenza di altri, spesso totalmente impotenti e maldestri di fronte al malato.

Come rivolgersi allora a un infermo? Con domande precise e circostanziate, legate all’effettiva situazione della persona: «Com’è andata la notte?», «Ti fa male la testa?», «Hai la febbre?» che permettano una reale risposta e offrano l’opportunità di raccontarsi, se si vuole.

Dall’abisso

Dall’abisso / l’acqua invoca / un altro abisso, / una profondità / dove risuonino / le sue cascate.
Paradiso / è trovare un pozzo / in cui versare /gocce di vita / e dissetarsi / donando sorgenti.

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Data di aggiornamento: 23 Gennaio 2026

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