Come vela nel vento
Mi scrive Giulio, 50 anni e due figli adolescenti: «Mio padre era dispotico e manesco. Da ragazzo, le interazioni con lui erano al minimo. Con fatica, me la sono sfangata. Ora, con i miei figli, a volte sento di fare come lui, altre esattamente il contrario. Ho una gran confusione». I padri, come categoria educativa, sono in crisi: alle spalle hanno generazioni di uomini con carenze educative enormi, quei padri padroni sostenuti da una cultura autoritaria che li metteva a pilastro della società. Il padre comandava, la madre accudiva i figli. Non contavano le loro qualità intrinseche.
A un certo punto, questo mondo si sbriciola: il Sessantotto, il femminismo, i cambiamenti epocali nella comunità e nella stessa Chiesa cattolica portano a un ridimensionamento di questa figura. Il termine «obbedienza» nella relazione genitori-figli si fa via via più evanescente. Individuare un nuovo ruolo si rivela complicato e i padri scelgono la strada più facile, fatta di riduzione del proprio spazio e della propria presenza. Per liberarsi da un immaginario di padre duro, lontano, rigido, preferiscono essere morbidi al pari di un peluche. Come? Diventando, tra le altre cose, servizievoli oltre misura, cercando l’intimità coi figli e mettendosi alla pari per sentirsi loro amici. Ma così non si va da nessuna parte, se non in un vicolo cieco. In pratica, il papà peluche risulta una versione semplicemente speculare del padre padrone.
Per uscire dall’equivoco, occorre trovare una nuova strada: quella del padre educativo che chiude i conti col passato e apre una storia inedita. Si tratta di un ruolo giocato sull’organizzazione educativa, anzitutto facendo squadra con la madre, senza entrare in competizione ma sostenendo insieme un progetto comune. Madre e padre si mettono in ascolto, ma la funzione paterna si rivela fondamentale nel richiamare, per esempio, l’importanza della scuola e la sua obbligatorietà. Gli spetta inoltre ricordare che esistono leggi per cui non si può guidare l’auto, fumare e bere alcol sotto i 18 anni. Come se lui stesso rappresentasse il sistema sociale in cui tutti siamo inseriti.
Un ruolo di baricentro libero da quella melassa emotiva che priva i figli di un riferimento per diventare grandi e di un prezioso accompagnamento nei conflitti, nelle scelte e nelle decisioni che ogni fase della vita implica. Proprio come mi scrive l’amica Alessia De Montis: «Il padre, per me, è vento. I francesi lo chiamano la mer, al femminile. Per me il mare è una geografia maschile. Forse l’acqua è madre, ma il vento che la increspa è il padre. La madre è Itaca: il porto, l’origine e il ritorno, la scusa per il grande viaggio. Il padre invece è vento: non decide la rotta, ma spinge, accompagna, ti obbliga ad alzare lo sguardo e a navigare. Lo vedo anche oggi con mia figlia, che si avvicina agli 11 anni. Con il cambio di scuola ha compiuto un gesto che viveva già dentro, nell’inconscio di suo padre: si è allineata a lui. Come se lui fosse il vento e lei la vela che si gira nella sua direzione. Un movimento naturale, inevitabile. È affascinante assistere a questa specie di miracolo. Capire che adesso tocca a lui».
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