Il possibile e l’impossibile
La Pasqua cristiana è il silenzioso passaggio dell’impossibile nel nostro mondo terreno, materiale, mortale. Quante volte diciamo che una cosa è impossibile. È impossibile ottenere giustizia. Impossibile fare una vita così. Impossibile ricomporre un conflitto. Personale, locale, mondiale. Siamo stretti dentro l’idea che sia impossibile a noi, piccoli. Siamo delle pulci, diceva qualche giorno fa un’amica, impossibile cambiare qualcosa. Pulci. Piccole e moleste. Inutili. Quelli di noi che pensano in modo non allineato sono considerati molesti. O sognatori, quando i giudizi arrivano dai più generosi, quelli che si dicono «realisti» (che spesso vuol solo dire rassegnati allo sconforto collettivo). Sognatori però suona quasi come un amichevole insulto.
La Passione, morte e Risurrezione è in molti modi il cuore della storia e del mondo. Capita tutto. C’è la violenza. Si esprime nel tradimento dell’amico, di chi conosce così bene Gesù che vien da dire: «Ma davvero, Giuda? Tu lo hai visto per anni, tre anni, davvero pensi che sia un impostore delinquente meritevole di morte?». C’è la paura, signora del mondo: Pietro, è grande, ma non conosce la sua grandezza e per conoscerla deve passare attraverso la caduta. Lo tradisce ma poi riparte, consapevole di tutto. Dei doni ricevuti e della assoluta fragilità del suo cuore. C’è la seduzione del pensiero semplice, semplicissimo, quello della folla, di tanti di noi. Sappiamo bene che il colpevole è Barabba, ma infine è un ribelle come a volte vorremmo essere anche noi. Che potrà mai aver fatto? Nelle ribellioni scappa il morto si sa. Non è stato furbo e ci è cascato dentro. E quindi, Barabba sia libero. C’è il potere con tutte le lettere maiuscole. Il potere che sta in alto, sa, gioca con l’onda delle emozioni, chi volete che vi liberi? Il potere che si lava le mani. Ci avete votato (allora no, nemmeno votato, era potere e basta) e allora quello che noi facciamo non lo potete giudicare. C’è lo spettacolo truce, vedere cosa succede, tanto non c’entriamo, sono loro a decidere.
E c’è chi, invece, nel fuoco delle emozioni e nello sgomento del sangue tiene il punto. È un uomo quello che viene condannato, ne ho compassione, sempre, gli prendo la croce per un poco, poi è troppo pesante per me, ma almeno un poco sappia che ci sono. Gli asciugo il sudore, con quel che posso, un pezzo di lino. Lo seguo fino in fondo, anche se tutti mi guardano e puntano il dito e giudicano, eccome se giudicano. Ma io non mi sposto. Qui sono, qui. Tranne gli uomini obbligati, come il centurione, dice il Vangelo che sono solo le donne a rimanere ai piedi della croce. E Giovanni, troppo giovane per avere paura, troppo innamorato del bene ricevuto per andarsene.
Ecco. È il caso di annotarsi in modo semplice e senza teologismi chi stava lì sotto la croce a raccogliere la sorprendente novella che l’impossibile è alla fine possibile. È possibile restare. Accompagnare. Vincere la paura. Anzi, nemmeno sentirla la paura del giudizio o delle conseguenze, perché chissà che cosa ci faranno, a noi che eravamo con lui.
Sono le donne a restare, eppure da sempre e per sempre meno di tutti gli uomini presenti e futuri. E un giovinetto, che scopriva così che accanto a Gesù poteva essere più coraggioso di quanto avesse immaginato. E proprio le donne, in capo a tre giorni, hanno visto con gli occhi resi chiari e trasparenti dal troppo piangere, che quello che tutti pensavano impossibile, era invece possibile. Vivere. Risorgere. Raccontare. Testimoniare. Essere saldamente sentinelle della buona novella.
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