Calliari, la musica che unisce
In un mondo segnato da divisioni e identità contrapposte, c’è chi crea legami e contaminazioni. È il caso di Marco Calliari, artista italo-canadese che, attraverso la sua musica, unisce lingue, tradizioni e sensibilità lontane. Il suo ultimo lavoro, Peur pourpre (Paura Porpora), pubblicato nel maggio del 2025, rappresenta una nuova tappa di questo percorso: quindici brani, il settimo album da solista, il primo interamente in francese, con influenze che spaziano dal rock al folk fino alla world music, e collaborazioni con artisti come Béatrice Deer e Paul Cargnello. Figlio di immigrati italiani – madre milanese con radici pugliesi di San Severo (Foggia), e padre originario di Cressino, frazione del Comune di Campodenno (Trento) in Val di Non –, Calliari incarna quella sintesi culturale che rende Montréal unica al mondo. Cresciuto nel quartiere multietnico di Saint-Michel, ci racconta così le sue origini artistiche: «Sono nato in un ambiente dove ho condiviso la scuola con libanesi, vietnamiti, haitiani, cileni, spagnoli e portoghesi. Quando cresci così, tutte le differenze diventano normali. Quella è la ricchezza di essere nati qui». Un arrondissement popolare che spesso trova eco nei suoi brani. Tanto che, l’anno scorso, l’Assemblea Nazionale del Québec gli ha conferito una Medaglia per il suo ruolo di portavoce del quartiere.
Canzoni come storie vissute
Prima di intraprendere la carriera solista, Calliari è stato per diciassette anni membro della band metal Anonymus, fondata a 14 anni insieme ad amici d’infanzia – due spagnoli e un cileno – con cui ha pubblicato cinque album mescolando già allora lingue e influenze. Ma è nel 2004, con l’uscita di Che la vita, che avviene la vera svolta: un disco in italiano, scritto di nascosto, che conquista il pubblico francofono, e consacra Calliari come artista capace di reinventare la canzone italiana in chiave contemporanea. «Per me, la world music è mescolare tradizioni: il reggae che rappresenta la Giamaica, il flamenco la Spagna, la tarantella e la pizzica l’Italia. Ma cantando in italiano». La lingua del cuore. «L’ho imparata a casa, con Luciano Pavarotti sul giradischi. Non è perfetta, ma è in continua evoluzione. Ed è la lingua con cui esprimo le emozioni più profonde».
Scrivere in italiano è stato a lungo uno spazio intimo: «Inconsciamente mi aprivo al 100%. In francese, mi ci è voluto molto più tempo». La sua visione aperta e inclusiva si traduce in canzoni che sono, prima di tutto, storie vissute. Come quella del cugino Gary Longhi, campione paralimpico di ciclismo, a cui ha dedicato tre brani. Nel ritornello de La ligne d’arrivée, in un testo francese, esplode l’italiano: «Vai vai, pedala pedala, alè vai vai, ancora pedala». Un incitamento universale, che non ha bisogno di traduzione. Oppure La montanara, viaggio musicale nella terra del padre, o la pizzica, omaggio alle radici pugliesi della madre. Nei concerti, in quei momenti, il pubblico si alza, balla, partecipa. Le sue reinterpretazioni de L’Americano, Bella Ciao e L’Italiano sprigionano un’energia travolgente. Le sue esibizioni si trasformano in autentiche feste collettive, dove l’identità non è più solo appartenenza, ma diventa condivisione viva e contagiosa.
Due riferimenti artistici guidano il suo percorso. Il primo è Renato Carosone: «Non aveva paura di mescolare un ritmo che veniva dalla Spagna con una melodia che arrivava dal Libano. E lo faceva negli anni Cinquanta, senza internet, solo ascoltando musica per strada. Un genio. La sua forza è la melodia, la semplicità, sempre fatta con tanta classe». In Carosone, Calliari vede il precursore della world music: «È stato capace di prendere lo swing americano e reinterpretarlo con ironia napoletana, da Tu vuò fa’ l’americano a Caravan Petrol, sempre con qualità e buon gusto». Il secondo è Fabrizio De André. «Non pretendo di scrivere come lui, ma se potessi sarebbe enorme. È un grandissimo poeta». Dal vivo ne interpreta brani come Leggenda di Natale e La ballata dell’amore cieco e della vanità, rendendo omaggio a una tradizione poetica che continua a ispirarlo.
Sonorità che costruiscono ponti
Il legame con l’Italia è forte e concreto, fatto di relazioni coltivate nel tempo. Dal 2004, quando ha debuttato sui palchi del Belpaese, Calliari ha costruito rapporti profondi con artisti come Carmen Consoli e la Bandabardò, oltre a Sergio Lacone, Carlo Moratori, Peppe Voltarelli e i Matti delle Giuncaie. «È una fraternità vera, fatta di scambi semplici: un concerto, un piatto di spaghetti, un letto». In Italia, il pubblico inizialmente osserva, cerca di capire. «È più cerebrale», ci spiega. Ma basta condividere la storia dei suoi genitori, incontratisi per caso in rue Cartier a Montréal nel 1961, perché si crei un legame immediato: «Allora capiscono tutto e diventano fan». Allo stesso tempo, Calliari si fa promotore della cultura italiana in Québec, organizzando due o tre eventi all’anno che portano artisti italiani anche in regioni remote come Gaspésie e Saguenay.
«Nei prossimi mesi arriveranno Giacomo Lariccia, cantautore romano residente a Bruxelles, accompagnato da Don Antonio, chitarrista di Vinicio Capossela; i Matti delle Giuncaie in autunno, e poi i Radiodervish dalla Puglia, capaci di intrecciare dialetto pugliese e sonorità mediorientali. La musica di Marco Calliari non è solo intrattenimento, ma un invito alla scoperta e allo scambio reciproco. Con Peur pourpre, Calliari ha raggiunto un nuovo equilibrio: scrivere in francese con la stessa autenticità dell’italiano. Dopo oltre vent’anni di carriera da solista e un repertorio di quasi cento brani, tra composti e interpretati, Calliari guarda al futuro con progetti che puntano a rafforzare il legame tra Québec, Francia, Belgio e Italia. «Non cambierei niente – ci confida alla fine –. Sono figlio di immigrati che hanno lavorato duro. Il mio dovere è dare il meglio di quello che mi hanno trasmesso». In tempi in cui si costruiscono muri, la musica di Marco Calliari continua a costruire ponti. E forse, proprio da qui, passa una delle strade più autentiche per ritrovare il senso di una comunità davvero globale.
Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»!