La cicatrice di Apollo

Guardo la cicatrice sul volto di Apollo, è un doppio taglio che attraversa la guancia di marmo della splendida statua di epoca imperiale, replica di un capolavoro in bronzo dello scultore greco Calamide. La bellezza del dio della musica e del Sole è sfregiata da un fendente. Scatto di Mimmo Jodice, grande fotografo napoletano, capace di raccontarci il Mediterraneo come, forse, mai nessun altro ha fatto. Mimmo, tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 del secolo scorso, esplorò questo nostro mare, alla ricerca delle radici della nostra civiltà. Le sue foto sono specchi, memoria, un eco che arriva fino a noi: raccontano del nostro presente e del nostro futuro.
Ho pensieri che non metto a fuoco, strana sensazione mentre, in completa solitudine, una domenica mattina di settembre, passeggio sfiorando le ottantaquattro foto della mostra «Mediterraneo» all’ultimo piano di Palazzo Lanfranchi, Museo Nazionale di Matera. So che quasi tutte queste immagini hanno fatto parte di una celebre esposizione che, trent’anni fa, consacrò Jodice sugli scenari internazionali della fotografia. Tra i ricordi di quei giorni che riappaiono a Matera leggo l’invito alla cena di gala del 15 dicembre 1995 al Philadelphia Museum of Art. Avrei voluto parteciparvi.
Penso a quanto è accaduto nel Mediterraneo da allora. Le foto di Jodice mi avvolgono con i volti di un lontano passato. Apollo, con la sua cicatrice, è riemerso ai Campi Flegrei (quelli dei terremoti che minacciano da sempre Pozzuoli); un misterioso compagno di Ulisse ha perduto tutto il suo volto di pietra mentre un’amazzone ferita non nasconde il suo dolore. Poco oltre, la bocca aperta e urlante di una Gorgone cerca di mettermi sull’avviso: è suo il compito magico di proteggere il nostro destino. Dicono che Zeus e Atena indossassero sempre questo pendente.
Le immagini di rovine, vestigia, statue, frammenti di marmo, decori di colonne, reperti archeologici sfilano davanti a me: Jodice è stato capace di restituire un soffio di vita a questo mondo svanito duemila anni fa. I neri delle sue foto sono profondi. I bianchi accecanti, mediterranei, devi distogliere lo sguardo. Non so come ci sia riuscito, le sue foto non sono oggetti, ma creature viventi. Che ti avvertono: non siamo solo pietra, marmo o bronzo. I volti degli sconosciuti (atleti, guerrieri, donne, ragazzi, uomini mascherati) sono capaci di uscire dal marmo, e nemmeno i sali d’argento delle stampe riescono a trattenerli: vogliono vivere, uscire «fuori». Questi personaggi rimasti senza nome si uniscono a Demetra, a Venere, ad Atena. Ascolto Mimmo Jodice confessare: «Questi volti sono le facce che io incontro per strada, questi spazi sono le città che io conosco». Qualcosa forse allora capisco: questa mostra riesce a raccontarci la verità del Mediterraneo, non bara, non nasconde, non inganna, anzi: rivela. La cicatrice sul volto di Apollo lo prova, la faccia dimezzata di Angizia lo dimostra. Un crudele colpo di scimitarra, la statua mutilata della dea adorata dai Marsi dell’Italia centrale è riapparsa tra le rovine di Alba Fucens e ora ci scruta con un solo occhio spalancato.
Come spiegare che queste fotografie mostrano la grande bellezza del Mediterraneo e, allo stesso tempo, ci dicono, esplicitamente, che il nostro mare non è di pace. A Matera si celebra, in questo anno, il dialogo tra i popoli mediterranei, se ne magnifica la cultura che si vuole comune, ma con la drammaticità dei loro bianchi e neri sono queste stesse foto a ricordarci la Palestina, il Libano, Cipro, gli approdi del Maghreb, la tragedia senza fine di chi cerca futuro in Europa, l’oscenità delle prigioni libiche. L’incontro tra le due sponde del Mediterraneo non è riuscito, oggi è un fallimento insanguinato. In questa estate, Ceuta ce lo ha ricordato. L’enclave spagnola in territorio marocchino è la cicatrice di Apollo, l’occhio orfano di Angizia, lo sguardo fisso dell’Atleta di Ercolano.
Non è facile fotografare il mare. Vedo Jodice con il suo cavalletto e la sua Hasselblad a pozzetto. I suoi tempi lunghi. Vede qualcosa che noi non vediamo. Onde leggere sembrano condurci verso le rocce della baia di Trentaremi a Posillipo, l’orizzonte delle isole egee emerge dal mare di fronte alle scogliere turche, i faraglioni di Acitrezza sorgono, come code di sirene, dal mare della Sicilia orientale, Stromboli, nella foto di Mimmo, trema uscendo dalle acque. Ma è stato questo stesso mare, così mite e infinito, ad annegare, a Ceuta, la vita di Faten ben Amar al-Azizi, venti anni, ragazza marocchina. Aveva giocato a calcio nel Tetouán, la città dove la mostra di Jodice andrà a novembre, nel suo gemellaggio con Matera. Un altro volto, un’altra ferita, un’altra cicatrice accanto a quella di Apollo.
(La mostra di Mimmo Jodice, «Mediterraneo» è a Palazzo Lanfranchi, a Matera, fino all’8 novembre)
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