13 Marzo 2026

In attesa di un «giorno nuovo»

Quelle di Ali Chokr, Ron Arad e di padre Pierre el-Raii sono storie di dolore, violenza e ingiustizia. Solo alcune delle tante vicende che costituiscono il retro-palco delle guerre.

In attesa di un «giorno nuovo»

Ali Chokr è un ragazzo di 14 anni. Vive a Nabi Shith, valle della Beqā, a trenta chilometri da Beirut, verso l’interno. Zona sciita nella complessa geografia religiosa del Libano. Il sei di marzo, Alì è a casa di suo zio, è Ramadan, mese santo dell’Islam, è venerdì, giorno di preghiera e di festa. Lo zio aveva voluto riunire tutta la sua grande famiglia per attendere assieme la «rottura» del digiuno quotidiano. A mezzogiorno e mezzo, Avichai Adrea, portavoce arabofono dell’esercito israeliano, scrive un ordine di evacuazione per gli abitanti di Nabi Shith. I messaggi arrivano via sms, via whatsapp. Quanto tempo concede? Quindici minuti. Alle 12.45, cadono le prime bombe, viene uccisa una donna, Iman al-Moussawi. Venti minuti più tardi, alle 13.10, viene colpita la casa della famiglia di Alì. Muoiono sua madre, sua sorella, suo cugino, suo zio e sua zia con i suoi bambini. Nove vittime, ad ascoltare i racconti di chi è sopravvissuto. 

I bombardamenti israeliani sono un’ondata lenta e meticolosa. In quel pomeriggio ne avvengono tredici, a distanza di mezz’ora uno dall’altro. Poco dopo le sei del pomeriggio, un elicottero Apache si posa ai confini del villaggio. Otto soldati israeliani saltano a terra. Indossano, secondo fonti libanesi, divise dell’esercito di Beirut. Non so come, ma sulla scena appaiono cinque veicoli, due sono camuffati da ambulanze. Hanno una missione: recuperare ciò che resta del corpo di un aviatore israeliano catturato nel 1986 dopo che il suo aereo era caduto, per un’esplosione interna, mentre volava verso un attacco a centri palestinesi nel Nord del Libano. Ron Arad, 28 anni, era l’ufficiale di volo su quel Phantom F4. Il pilota venne recuperato da un commando israeliano. Ron non fu altrettanto fortunato, fu catturato dagli uomini di Amal, milizia del movimento sciita «dei diseredati». 

Questo è il retro-palco delle guerre. Storie nemmeno immaginabili per noi nelle nostre case europee. 

Da quasi subito, ci sono negoziati per la liberazione di Ron, per uno scambio di prigionieri. Nei mesi successivi ci sarà più volte l’illusione che l’ostaggio israeliano possa tornare a casa, mentre ostaggi musulmani possano essere liberati dalle carceri israeliane. Ci sono le prove che Ron sia vivo. Almeno fino al 1988, quando i negoziati naufragano. Da allora non si hanno più notizie certe della sorte dell’aviatore israeliano. Fra il 1986 e il 1994, commando israeliani rapiscono ventuno persone, tra loro dirigenti di Hezbollah e di Amal, per avere informazioni su Ron Arad. Alcuni di questi uomini rimarranno nelle prigioni israeliane fino al 2004, quando saranno liberati in altri scambi di prigionieri. 

Nel 2005, un rapporto del Mossad, i servizi segreti di Tel Aviv, sostiene che Ron non sia più in vita. Altre informazioni raccontano che l’ufficiale di volo sia morto, per malattia, nel 1994. Nel 2008, questa notizia è confermata da Hezbollah: la milizia sciita consegna agli israeliani due foto di Ron e il diario dei suoi primi ottanta giorni di prigionia. Hezbollah svela che Arad è morto, durante un tentativo di fuga, nella primavera del 1988, proprio a Nabi Shith.

Lo scorso dicembre, Israele rapisce Ahmad Chokr, un ex-ufficiale dell’esercito libanese: il Mossad è convinto che sappia dove si trova il corpo di Ron. In più la sua famiglia è proprietaria, a Nabi Shith, di un terreno dove si trova un piccolo cimitero. Non trovo da nessuna parte una notizia che leghi il piccolo Alì Chokr, ferito nei bombardamenti israeliani dell’altro giorno, ad Ahmad Chokr. Non credo che sia solo un caso, ma è vero che i clan familiari in Libano sono molto estesi.

I soldati israeliani discesi dall’elicottero si dirigono al cimitero del clan Chokr, cominciano a scavare in un angolo ben preciso. Una famiglia che vive vicino si allarma, una donna grida, i soldati sparano, la uccidono assieme a suo marito e ai due figli. I militari continuano a scavare. Per ore. Non trovano nulla. Miliziani di Hezbollah cercano di circondare il perimetro del cimitero. Il commando israeliano reagisce con decisione e scatena l’inferno sopra il villaggio, una bomba scava un cratere profondo dieci metri nella piazza del paese. I combattimenti attorno al cimitero durano appena mezz’ora, uno scontro breve, sufficiente per un eccidio. I soldati, fuggendo, uccidono un’altra famiglia, profughi siriani, che si trova sulla loro strada.

Con l’arrivo dell’alba lo scenario è questo: 41 persone uccise, 48 feriti. Trenta sono civili, dodici bambini, nove donne. Il corpo di Ron non è stato ritrovato. Il premier Benjamin Netanyahu, 77 anni, si limita a dire: «L’operazione non ha avuto i risultati sperati». Il portavoce francofono dell’esercito israeliano, Olivier Rafowicz, ha spiegato che la missione di riportare a casa i corpi dei soldati scomparsi è «la nostra etica».

La moglie di Ron, Tami Arad, scrive su Facebook: «Da 40 anni viviamo con il fatto che Ron è disperso; vogliamo sapere cosa gli sia successo, ma non a ogni costo. La santità della vita è superiore a qualsiasi chiusura del cerchio o certezza per noi. Preferiamo vivere con la dolorosa possibilità che le ossa di Ron siano sepolte in Libano piuttosto che svegliarci la mattina con la notizia che un soldato dell'IDF è rimasto ferito o, Dio non voglia, ucciso in un'operazione per riportare i suoi resti, se davvero di suoi resti si tratta». Tami ha avuto un figlio da Ron.

Un’altra scena di guerra. Una storia ingiusta. Più a Sud, nel Libano che confina con Israele. Lunedì scorso, a Qlayaa, la «piccola fortezza», è stato ucciso padre Pierre el-Raii, 50 anni, prete cattolico maronita, il parroco del paese. Padre Pierre non ha mai ubbidito agli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano e, anzi, aveva sempre incoraggiato i paesani a rimanere nella loro terra. Un carro armato di Israele aveva colpito una casa del villaggio, e padre Pierre era accorso, con altri abitanti, per prestare soccorso. Il cannone del carro armato ha atteso un istante e poi ha sparato di nuovo. Sapendo a chi sparava. Padre Pierre viene colpito, muore mentre lo trasportano in ospedale. 

Pochi giorni prima, padre Pierre, assieme a sacerdoti cattolici e ortodossi, aveva ribadito l’invito a non lasciare quelle terre dove «i nostri antenati hanno versato, generazione dopo generazione, sangue e sudore per poterla conservare». E aggiungeva: «In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le sole armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione». 

Il 21 di marzo, nel nostro calendario, è il capodanno iraniano. Comincia il mese di Farvarin, sarà il primo giorno di primavera dell’anno 1405. Che sia davvero Nawrūz, «nuovo giorno».

(Quanto è accaduto il 6 marzo nel villaggio di Nabi Shith è stato ricostruito dal giornale francese «Libération»).

Nella foto: la splendente moschea sciita di Baalbek.

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Data di aggiornamento: 13 Marzo 2026
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