Per chi suona la campanella

Ritorniamo sui banchi, riprendiamo a insegnare l’essenziale. È il tempo di ricominciare, di dimostrare che lo sviluppo ha un senso. Che il dolore ha un senso.
14 Settembre 2020 | di

«Ora invece siamo a “scuola”. Sono venuto apposta, da lontano… Qui, a scuola, c’è silenzio, una bella luce, un banco tutto per me. E lì, ritta a due passi da me, c’è lei, la maestra, che sa le cose ed è pagata per aiutarmi!». Così recita la famosa Lettera a una professoressa, redatta da don Lorenzo Milani assieme ai suoi ragazzi, sulle colline di Barbiana nel 1968, quegli stessi ragazzi, esclusi da altre scuole, ma che nel cuore di don Lorenzo avevano trovato una «scuola vera: una bella luce ed un banco tutto per me»! È commovente rileggere questo testo che sa di altre epoche. Oggi tante, troppe cose sono cambiate. C’è solo silenzio nelle classi, con il rischio costante del contagio. Incontri distanziati, mascherine, paure reciproche. E decine di decreti, che spesso si accavallano. Ecco perché, in questo settembre, voglio proprio pensare alla scuola. 

Ricordo i miei ritorni tra i banchi in Val di Non, all’inizio un po’ svogliati, quasi smarriti. Fuori ancora raccoglievano le mele. Ricordo bene la maestra, Anna, cui sono molto grato. Sapeva le cose. E le spiegava bene. Ma sapeva anche piegarsi sui miei scarponi, per riannodare i lacci: un gesto inatteso, che tuttora non dimentico. Ecco, di questa scuola, fatta di lavagne polverose, di chiasso per i corridoi e di campanelle rompiscatole, ma puntuali e aggregative, di interrogazioni a viso aperto, condite da tanta trepidazione: di tutto questo oggi abbiamo ancora bisogno. Di tornare insieme in classe, d’esser presenti, d’esserci tutti. 

E non solo i fortunati, che nelle lezioni a distanza hanno avuto la possibilità di usare il loro computer. Penso invece a tanti ragazzi e ragazze senza mezzi che non hanno potuto partecipare perché nella loro zona non arriva la connessione internet. E c’è chi ha fatto scuola nel bosco vicino per avere «miglior campo». E che dire delle mamme costrette a seguire i figli, anche a costo di sacrificare il lavoro, pur di accompagnarli in questa inedita esperienza? 

Tra maestri e scolari deve ritornare quel legame, impalpabile, del cuore che parla, della lavagna che spiega, della voce che incanta. «I care», «mi stai a cuore, mi appartieni, m’interessi», era il motto di Barbiana. Questo vogliono sentirsi dire i ragazzi nelle scuole, a settembre 2020, da un governo che li metta finalmente al centro delle politiche attive. E tornino i ragazzi anche per le strade, per parlare di Creato, di ambiente e di futuro, nei loro cortei variopinti, ispirati da Greta Thunberg. Che la terra e i suoi mali diventino materia di studio, perché nessuno pensi che si possa guarire in un mondo malato. Tutto è connesso. È la lezione, amara, della pandemia. Ritorniamo sui banchi, riprendiamo a insegnare l’essenziale. È il tempo di ricominciare, di dimostrare che lo sviluppo ha un senso. Che il dolore ha un senso.

E qualcosa inizia a cambiare. Cresce il numero di ragazzi che si iscrive a medicina. Il segnale è chiaro: «I care», «mi stai a cuore», «tu, voi, siete parte della mia vocazione». Non dimentichiamo, in questo tempo di rinascite, l’ideale di Barbiana: «Chi ama le creature che stanno bene, resta apolitico. Non vuole cambiare nulla...». Al contrario, «conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno... Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori!». Buon anno scolastico a tutte e a tutti.

 

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Data di aggiornamento: 14 Settembre 2020
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