Giovani che accolgono i giovani

È l’esperienza dei ragazzi che frequentano l’Istituto Salesiano Don Bosco di Napoli. Un centro che ha saputo attivarsi subito dinanzi alla richiesta delle prime famiglie di profughi ucraini in fuga dalla guerra.
15 Giugno 2022 | di

Il racconto di questa storia è una foto da Napoli, due bambini che si danno la mano e camminano insieme. Siamo alla Doganella, una salita che congiunge il barocco e maestoso Albergo dei Poveri di piazza Carlo III con l’aeroporto di Capodichino, zona centrale con sembianze di periferia, traffico perenne e case scalcinate. Sullo sfondo, c’è una guerra capace di portare in Italia un dolore che credevamo di non vedere più. È iniziata così la vita italiana di due famiglie ucraine, accolte dai ragazzi dell’Istituto Don Bosco di Napoli, con Tonino, 8 anni, una famiglia non proprio stabile, che accompagna nella nuova casa, tenendolo per la mano, Igor, 9 anni, ucraino, senza il papà.

Ragazzi che accolgono ragazzi, bambini che si capiscono con uno sguardo, anche se Google translate sul cellulare li salva quando serve tradurre una frase più complessa. È l’ultimo capitolo del libro dell’accoglienza tra i giovanissimi, un filo che lega due mondi. Siamo al centro inaugurato quando il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi venne a Napoli a scoprire le attività dei salesiani. Era il 1959, anni di ricostruzioni massicce, sviluppo edilizio e speranza infinita, in cui grandi palazzi e spazi aperti ospitavano lezioni e giochi di scugnizzi con le scarpe rotte e impolverate. Da allora, l’impegno di seguire l’insegnamento di san Giovanni Bosco, tra campi di calcio e aule per i corsi professionali, continua senza sosta.

Una nuova emergenza

L’ultima sfida è dettata dall’emergenza legata alla guerra in Ucraina, che ha condotto fin qui due famiglie di profughi. «Avevano solo due buste di plastica, nulla più. Il resto lo abbiamo comprato noi», racconta Federico Silvestro, che dopo il servizio civile si è fermato a lavorare qui, nella comunicazione. Il benvenuto è stato spontaneo, con un abbraccio e un pallone per iniziare la partita, confida ancora. «Da noi l’accoglienza è molto diretta. Ricordi quando, nel 1991, arrivò nel porto di Bari la nave con 20 mila albanesi? Bene, da quell’imbarcazione stracarica di famiglie e bambini, giunsero in tanti anche qui. Vedi – mi dice indicando un ragazzone bruno –, lui è Leo, il padre era uno di loro. Oggi lavora in portineria al Don Bosco».

La scelta di accogliere chi scappava dalle bombe del conflitto che sta massacrando vecchi e bambini è stata immediata per la famiglia salesiana. «Ne ho subito parlato con i superiori e con i nostri ragazzi – spiega don Fabio Bellino, responsabile dell’oratorio salesiano – e abbiamo deciso di dare la disponibilità all’accoglienza dei profughi». Dinamico potentino, ma napoletano nel cuore, don Fabio ha portato subito i suoi ragazzi a incontrare i nuovi ospiti del centro appena arrivati. «Dovevo far capire che sarebbero giunte due famiglie con dei bambini a condividere i campi di gioco, il tempo e le attività del Don Bosco – spiega, mentre gioca a sua volta coi ragazzi –. Quando dal Comune ci hanno contattato per dire che c’erano famiglie disponibili a venire da noi, siamo subito partiti con il pulmino per l’Ospedale del mare, un nosocomio trasformato in centro di accoglienza e smistamento per chi arrivava. Siamo una comunità che cammina ininterrottamente – sottolinea allegro con un sorriso –. In pochi giorni, i ragazzi hanno trasformato alcuni ambienti a due passi dall’ingresso dell’istituto in un’accogliente dimora: hanno dipinto le pareti, sistemato le stanze, montato scaffali e cucina».

Le due famiglie ucraine giunte al Don Bosco sono composte complessivamente da sette persone. Nella prima ci sono nonna Svitlana, mamma Christina e due bimbi: Igor di 9 anni ed Eva di 10. Il marito di Christina è morto tanti anni fa. Nell’altra ci sono nonna Viktoria, mamma Katia (25 anni) e la figlia Alina di 19 mesi. «Il marito di Viktoria è in guerra – racconta Tetiana Makukh, interprete ucraina che vive a Napoli da quattordici anni –. Arrivano da Kryvyj Rih, una città di 665 mila abitanti nell’Ucraina meridionale. È la città del presidente Zelensky, un importante polo metallurgico», precisa. La città fu occupata dai tedeschi nella Seconda guerra mondiale, oggi è nelle mire dell’esercito russo. Tetiana ogni sabato insegna ucraino a bimbetti e ragazzi arrivati da anni a Napoli per svariati motivi. Lezioni di storia, geografia e scrittura per chi, lontano da casa, non vuole dimenticare le proprie origini. «Siamo felici, non ci manca nulla. Arrivano ogni giorno i dolci», risponde ridendo Svitlana quando le chiediamo come va. Anche i nuovi piccoli ospiti sono accolti nella scuola salesiana, che ha sostituito così le aule frequentate sino a pochi mesi fa a Kryvyj Rih. «Ci ha sorpreso la capacità di integrazione immediata dei bimbi ucraini – spiega don Fabio –: il calcio, ma anche la musica, hanno fatto sì che gli orrori della guerra fossero messi in secondo piano». Giovani che accolgono i giovani: è lo stile dei salesiani a Bari, Soverato (CZ) a Napoli e in tutto il Mezzogiorno. «Oltre all’accoglienza ordinaria dei ragazzi in Puglia, Calabria e Campania, il Don Bosco a Napoli riceve minori non accompagnati e chi scappa dalle guerre», precisa don Vanni, un altro salesiano.

Accogliere il disagio

Al centro diurno «Valdocco», attivo presso l’istituto salesiano napoletano, arrivano anche ragazzini del luogo, che provengono da un contesto familiare disagiato nonché da un territorio difficile come quello della periferia nord di Napoli. Tutti i pomeriggi qui «atterrano» circa 200 bambini e ragazzi tra i 6 e i 18 anni. Nelle stesse aule in cui di mattina si impara un mestiere e un’opportunità di lavoro, di pomeriggio ci sono gli studenti che devono fare i compiti. Vengono anche offerti corsi di Logistica e di Elettronica. Poi c’è il gioco: biliardino, basket e calcio, tutto in sorprendente armonia. Per tante famiglie il Don Bosco è un riferimento indispensabile. Ecco arrivare Ciro, il cui papà non torna più a casa; o Gennaro, che all’inizio non ne voleva sapere di aprire un libro e ora si è rimesso in marcia per la strada della conoscenza. C’è Lucia, che vive con i nonni e ha uno dei genitori in carcere.

Alle 17.30, però, tutte le attività si fermano: c’è la preghiera, una pausa per ringraziare chi dona «l’amicizia vera», come sottolineano i ragazzi del servizio civile nel saluto di fine servizio. I ragazzini ucraini appena arrivati nel pomeriggio seguono il corso da pizzaioli guidato da Gino Capuano, assieme a tutti gli altri bambini. Li guardiamo: ecco le prime pizze uscire sulla lunga pala sorretta dalle mani di Igor ed Eva. Un odore intenso di pomodoro e di «pasta cresciuta» appena sfornata, annuncia che bisogna assaggiare. Anche festeggiare la prima pizza è una maniera per cercare una nuova normalità dopo la fuga. (I nomi utilizzati sono di fantasia, le storie dei bambini sono vere) 

 

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Data di aggiornamento: 15 Giugno 2022
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