Guerra e morte attraverso gli occhi di una reporter
Siamo abituati a vederla ogni giorno in tv o sul web, quasi anestetizzati da immagini drammatiche che tanto ricordano quelle dei film. Ma che aspetto ha davvero la guerra quando la vivi in prima persona? E come è giusto raccontarla al resto del mondo? A rispondere, lo scorso 6 giugno, al convegno «Raccontare la morte. Le parole per narrare un tabù» organizzato dal «Messaggero di sant'Antonio» nell'ambito del Giugno Antoniano, è stata la reporter Laura Silvia Battaglia, che da circa vent'anni si occupa di documentare la realtà nelle aree di crisi del mondo, in particolare nello Yemen e in Iraq.
Nata nella Sicilia degli anni '70, la giornalista ha visto per la prima volta una persona uccisa quando aveva 14 anni e, in un certo senso, questo incontro l'ha aiutata molti anni dopo a operare faccia a faccia con la morte. «Nei contesti dove ho la fortuna di lavorare la morte è la quotidianità, e non è un tabù - racconta Battaglia -. Basti pensare ai bambini che vengono messi subito a contatto con la morte, che pregano accanto al corpo del nonno defunto. In guerra poi il racconto della morte tende a enfatizzare un'esperienza considerata auspicabile che diventa un passaggio. Nel 90% dei casi, infatti, si lascia spazio all'idea che il dopo sia una continuità. E se sei sottoposto a un test duro sulla Terra, la convinzione è che avrai di più nell'Aldilà».
In questo senso, per Battaglia, «la guerra è propaganda e controllo delle menti», il suo racconto è spesso un tradimento della verità che non sempre il giornalista testimone è in grado di decifrare. Men che meno il cosiddetto parachute journalist, ovvero il giornalista paracadute, inviato all'improvviso in un luogo per poco tempo per seguire una storia, senza conoscere bene il posto o la lingua. «Capire le responsabilità dei singoli soggetti sul terreno è fondamentale per raccontare gli eventi e come vanno le cose» aggiunge la reporter che vive tra Milano e San'a'. Proprio nella capitale dello Yemen la giornalista ha scattato una foto, a suo avviso, indicativa per raccontare la guerra e la morte nelle aree di crisi. «Era il 4 ottobre 2013, un uomo con una cintura esplosiva era entrato in una banca e si era fatto esplodere, mentre nella piazza esterna si stava svolgendo un mercato. Risultato: 120 morti e altrettanti feriti». Come rappresentare, dunque, un atto di morte così feroce con rispetto e senza scadere nell'orrore fine a se stesso? Come rendere quell'odore di «sangue, carbone e polvere» tipico dei conflitti? «Fotografai una marea di scarpe sul selciato: le scarpe ci dicono tutto sulle vittime, se erano maschi o femmine, giovani o anziani, qual era la loro collocazione sociale... C'è sempre un elemento che sopravvive alla morte».
Ma, da reporter nelle aree di crisi, come si fa a convivere costantemente con la tragedia e la morte? «Raccontare le guerre significa dover costantemente prendersi cura del proprio equilibrio mentale - risponde Laura Silvia Battaglia -. È stato un grande tema tabù e, in Italia, lo è ancora. Ma esiste una generazione abbastanza recente di giornalisti e soprattutto giornaliste che ha sviluppato, insieme a dei professionisti, una serie di consapevolezze sul tema e la capacità di lavorare sopra la cosidetta esposizione al rischio e lo stress post traumatico, in una situazione in cui non devi esporti per forza quando non te la senti, ma dovresti soprattutto farlo in modo calmierato, in modo tale da alternare periodi di tranquillità a periodi di intensa esposizione al rischio. Un sistema che viene usato da anni nel mondo militare e delle ong».
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