La gelida primavera di Zaporizhzhia

Si torna a combattere nella città ucraina, dopo la lunga pausa nei combattimenti dei mesi invernali. Ma il tepore primaverile porta con sé il gelo di nuove morti.

La primavera non ha portato sollievo alla città ucraina di Zaporizhzhia. Il clima si è fatto più tiepido dopo il tremendo inverno appena trascorso, ma i bombardamenti si sono fatti sempre più intensi. Lo scorso 14 marzo, due persone, tra cui un ragazzo di 17 anni, sono morte in un attacco aereo russo che ha lasciato feriti altri venti abitanti. Ora che i russi sono arrivati a quindici chilometri dai sobborghi meridionali, «è sempre più duro garantire condizioni di vita normali», dice Rehina Kharchenko, la sindaca 36enne. Mantenere questo grande centro industriale attivo e vitale è il suo compito principale, e anche il più difficile.

Zaporizhzhia, con i suoi 700mila abitanti, è uno snodo chiave dell’industria ucraina. Qui si trova l’enorme acciaieria Zaporizhstal, che fornisce il 40% dell’acciaio all’intero Paese, una fabbrica di trasformatori elettrici, fondamentale con i continui bombardamenti russi sulla rete energetica, e poi fabbriche di motori, veicoli militari e un’infinità di altre piccole e medie aziende. «Migliaia di persone vanno ancora al lavoro ogni giorno. La maggioranza delle aziende continua a operare, anche se spesso a regime ridotto», dice la sindaca. Ma la situazione rischia di peggiorare. Se i russi avanzeranno ancora, Zaporizhzhia potrebbe trasformarsi in una città fantasma, anche senza bisogno di combattere casa per casa. Sarebbe un grosso problema per l’Ucraina e il suo sforzo bellico. «Le grandi aziende non potranno essere semplicemente trasferite», spiega, «c’è un problema con le loro infrastrutture e la forza lavoro di cui hanno bisogno».

Il fronte in città

L’assedio strisciante che i russi stanno con­ducendo, qui come a Kramatorsk, non è una minaccia solo per le industrie, ma anche, e soprattutto, per i suoi abitanti. Balabyne, il sobborgo più meridionale della città, è ormai a un passo dal fronte. Le strade di questo piccolo villaggio sono coperte di reti anti-droni. Ma i russi colpiscono comunque quasi ogni giorno, dice Alexander Nezhura, 59 anni, un veterano della guerra sovietica in Afghanistan, che vive nel villaggio e che di recente ha visto morire una sua vicina di casa, colpita da un drone russo mentre lavorava nel suo giardino. «Queste reti non servono a nulla», dice con amarezza. «Nelle ultime due settimane i russi hanno già colpito due minibus».

Dall’inizio dell’invasione russa, quattro anni fa, la difesa di Zaporizhzhia è affidata alla 65ª brigata di fanteria meccanizzata, un’unità composta in gran parte da soldati originari della città. «Mia madre vive in centro città, chi altri può proteggerla se non io?», dice Dima, 43 anni, arruolatosi volontario nell’ottobre del 2022, quando i missili hanno iniziato a colpire sempre più spesso. Dima si trova a Zaporizhzhia per 24 ore di «decompressione», una sorta di mini-licenza che i comandanti possono assegnare ai loro soldati. Per i soldati che combattono sul fronte poco lontano, la presenza di una grande città è una fortuna enorme, perché concede ai militari la preziosa possibilità di staccare dagli orrori del combattimento anche solo per poche ore. In una giornata di decompressione, Dima e i suoi compagni sono stati portati in piscina, a pranzo in un ristorante su un lago ghiacciato e poi in un centro sportivo. Ma quello che manca è un numero sufficiente di psicologi: «Ce ne sono cinque in media per ogni battaglione, ovvero per 2.000 uomini» afferma uno di loro, nome di battaglia Eridan. «Chi tra loro soffre di sindrome post traumatica? Tutti».

Se i soldati come Dima non riusciranno a contrattaccare i russi e se l’assedio dovesse stringersi ancora di più attorno alla città, saranno molti gli abitanti che decideranno di fuggire. Ma per il momento resta forte il flusso di persone che arrivano dalle aree ancora più vicine al fronte. «Ci sono 160mila profughi in città», dice la sindaca. «Il 70% arriva dalla regione di Zaporizhzhia». Sono persone come la famiglia Zhidkov, Oleksandr e Raissa, con le loro figlie Lisa e Alina, ospiti del nuovo centro di transito promosso dall’amministrazione regionale. Sono arrivati da poche settimane, dopo che la situazione nel loro villaggio, Tavriska, a 45 chilometri da Zaporizhzhia, è divenuta insostenibile. Quando i bombardamenti sono iniziati, alla fine di febbraio, la famiglia ha preso una decisione in fretta. «Non abbiamo discusso molto», dice Alina, 26 anni, la figlia più piccola. «All’improvviso i bombardamenti sono diventati così intensi che non abbiamo potuto far altro che partire». Oleksandr, suo padre, 65 anni, dice che hanno dovuto lasciarsi quasi tutto alle spalle, ma una cosa gli manca più delle altre: «La nostra terra», dice. «Le cose le puoi ricomprare, ma la terra, una volta che la lasci indietro, resta là per sempre». Gli Zhidkov sono in attesa di un treno che li porterà in Transcarpazia, al capo opposto del Paese, dove inizieranno la loro nuova vita da profughi. 

Tra due fuochi

Ma a Zaporizhzhia vivono persone che questa vita la fanno già da anni. Sono le persone in fuga dal Donbass, la regione al centro dei combattimenti e che confina con quella di Zaporizhzhia. Una ventina di famiglie fuggite da quest’area, circa 90 persone in tutto, vive in un ostello poco lontano dal centro di Zaporizhzhia. I loro villaggi di provenienza disegnano una mappa delle aree più intense del fronte: Kurakhove, Pokrovsk, Kostyantynivka. Alla Plyshanova, 59 anni, ha lasciato il suo villaggio, Nova Poltavka, un anno fa. «Quando siamo scappati non c’era più niente da decidere», dice. «il villaggio era completamente distrutto». Insieme ai suoi tre figli ha camminato per quindici chilometri prima di incontrare altri ucraini. Lena Olishenko è fuggita da Kurakhove nel 2024. «Avevo tutto quello che mi serviva in città e le bombe dei katsap hanno distrutto tutto», dice usando l’espressione peggiorativa che molti usano per indicare i russi.

I rifugiati dal Donbass vivono un dramma a più dimensioni. Dopo aver lasciato le loro case già una volta, ora rischiano di dover abbandonare anche Zaporizhzhia, dove molti ormai hanno iniziato a ricostruirsi una vita. Quasi altrettanto straniante è la sensazione di trovarsi tra il martello dei russi che bombardano le loro case e l’incudine di alcuni ucraini che li considerano, in quanto abitanti del Donbass russofono, delle quinte colonne del Cremlino. «Siamo dei vagabondi che non piacciono a nessuno», dice Olishenko. «I russi hanno distrutto le nostre case e alcuni ucraini, alle nostre spalle, dicono che la guerra è colpa nostra». L’aumento delle temperature nelle ultime settimane ha rimesso in moto le truppe russe, dopo la lunga pausa nei combattimenti dovuta ai mesi invernali. I combattimenti sul fronte si fanno sempre più frequenti, ma gli ucraini non cedono e, anzi, continuano a contrattaccare.

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Data di aggiornamento: 12 Maggio 2026

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