Ora è il tempo della condivisione

Che cosa possiamo fare, oggi, all'indomani di due difficili mesi di chiusura totale del Paese, perché nulla vada perduto dell’umanità sperimentata, custodita, regalata, moltiplicata?
19 Maggio 2020 | di

Tra le molte pagine di Vangelo che parlano a noi che all’improvviso scopriamo di essere poveri, eppure davvero ci sentivamo bene accomodati nella parte giusta del mondo, c’è il miracolo della condivisione dei pani e dei pesci. Lo raccontano tutti e quattro gli evangelisti, Matteo e Marco per due volte, oppure, dicono gli esegeti, il miracolo si è ripetuto due volte. Comunque è tanto importante che il canone accoglie sei narrazioni di questo miracolo così limpido, corale, visivo che ciascuno di noi ha in mente una sua propria moltitudine di persone sedute a gruppetti, un po’ smarriti, sorpresi «sul far della sera» in «un luogo deserto» oppure «sull’erba verde». Secondo il Vangelo di Giovanni, era un ragazzo ad avere con sé cinque pani d’orzo e due pesci. Secondo tutte le sei narrazioni, Gesù prima pronunciò la benedizione su quel piccolo bene e poi lo fece distribuire e tutti si saziarono e anche ci fu d’avanzo. C’è una lettura del miracolo che enfatizza la moltiplicazione, l’abbondanza. Ma sembra più un miracolo sulla povertà dei mezzi. Che fare quando c’è poco? Pochissimo?

È il miracolo della condivisione. A dispetto di una sproporzione smisurata tra il piccolo bene e il bisogno delle molte persone, il poco è stato condiviso e questa piccola proprietà, benedetta e condivisa, è diventata abbondanza.

È ben possibile che altri avessero portato del cibo con sé, oppure no, ma grazie a quello che ha messo a disposizione il suo, tutti hanno mangiato, i buoni, i cattivi, i curiosi, quelli che seguivano Gesù per coglierlo in eresia, per riferire a chi di dovere, o per profittare. Tutti confusi tra loro e tutti hanno ricevuto l’abbondanza del pane condiviso.

Nel tempo straordinario che viviamo esce il tutto della nostra umanità. Chi sta saldo dove la storia lo ha sorpreso, proprio al centro e non se l’aspettava, nessun preavviso, medico, infermiere, lettighiere, volontario. La bufera intorno, la paura dentro, ma lì rimane, saldo. Chi si trovava fuori dal centro e avrebbe potuto ottimamente restarci e invece ha fatto il passo avanti, ad aiutare. Chi è scappato. Chi ha accaparrato, chi ha scagliato parole violente per strada, sui social, chi ha disperso bugie perché non aveva niente da dire e niente da voler fare. Tutta la nostra fragilissima umanità improvvisamente squadernata, un fermo immagine impensato. I figli vicini vicini, a vederci senza il costume del lavoro, della corsa, del perenne oltrepassarli per fare e ancora fare.

C’è un cominciare improvviso nelle nostre mani. Ora, non quando tutto sarà finito. Non sarà mai finita la nostra fragilità. Già ora sappiamo che qualcuno non sarà più al nostro fianco perché se n’è andato, che il lavoro forse non c’è più, e potrà forse tornare a metà o del tutto diverso. Oggi è cominciato il tempo del dare e del benedire. Abbiamo piccole energie da condividere, parole da regalare, denaro da prestare, contratti di solidarietà da firmare, tempo da mettere a disposizione, pensieri da confrontare, opere da riparare, case da aprire, finalmente aprire, senza calcolare se basterà oppure non basterà, se si tratti di una goccia nell’oceano, se tanto non vale la pena, complicate come sono le cose. Saranno cose molto concrete, come i pani e i pesci, il denaro. E insieme immense, come la fede nella vita. Il Vangelo ci dice che non è questione di misura ma di mani da allargare senza paura di dare. E così anche i figli possono continuare a vivere vedendo che nessuno è lasciato indietro, che insieme i giorni sono diversi ma belli. Perché nulla vada perduto dell’umanità sperimentata, custodita, regalata, moltiplicata sotto la benedizione che insieme al Signore invochiamo.

 

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Data di aggiornamento: 19 Maggio 2020
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