Sperare nella comunità

La comunità è uno dei semi di pace da cui dobbiamo ripartire, per riscoprire la bellezza del camminare insieme con un cuore grato, accogliente e aperto alla speranza. Ma senza fare della comunità stessa un assoluto.
21 Febbraio 2023 | di

«Comunità» è una di quelle parole che possono fare molto male o aprire orizzonti di speranza inesplorati: noi siamo comunità. La comunità non è nient’altro che l’esperienza umana della nostra componente plurale, perché, in quanto persone, noi siamo contemporaneamente singolari e plurali. Lo insegnano tutte le lingue del mondo: io, tu, egli o ella sono prima, seconda e terza persona singolare; noi, voi, essi o esse sono prima, seconda e terza persona plurale. Detto in tempi di crisi, dal punto di vista individualista appare una cosa un po’ strana: continuano a spiegarci che siamo il nostro «io», ma l’io è un sesto della persona, tra l’altro un terzo dell’esperienza singolare, mentre la principale esperienza che facciamo come persona dal punto di vista singolare è di essere un «tu» di qualcuno – il tu di una madre e di un padre, di un fratello, di una moglie, di un amante, di un amico, il tu di un figlio, il tu di un altro, il tu di Dio…

Questa è l’esperienza esistenziale più evidente, finiremmo in ragionamenti totalmente astratti se volessimo descrivere separatamente l’esperienza dell’io. L’esperienza esistenziale più concreta è quella del tu, il principio singolare che ci conduce all’esperienza plurale di noi. Questo è fondamentale dal punto di vista antropologico, filosofico, spirituale, sociologico, politico. Ecco, dunque: noi siamo comunità. Non in modo esclusivo, ma la comunità è l’esperienza plurale di noi stessi. «Siamo» comunità, non «abbiamo» una comunità. La comunità sta dentro di noi, non fuori di noi. L’individuo è un’astrazione. La persona è un essere esistente in relazione, anzi, nodo di relazioni che la precedono, la superano nel tempo, la trascendono. La propria unicità, mistero costitutivo di ogni persona, dona e chiede libertà. Libertà che è un legame di senso con il tutto. Perciò libertà è sempre comunità, la «mia» libertà è sempre la libertà «dell’altro». Noi, voi, essi, sono la componente plurale della persona. La relazione di questi pronomi genera la comunità. Come l’io assoluto è un’illusione patologica della persona singolare – esiste sempre un io in relazione a un tu e a un egli/ella –, così il noi assoluto produce altrettanto danno. Un «noi psicotico» è molto più dannoso di un «io narciso», come drammaticamente insegnano tante tragedie di famiglie, popoli, organizzazioni, nella storia umana. Perché comunità non è immunità. Le immunità sono mafie, nazionalismi, corporazioni, razzismi.

La comunità non è mai data definitivamente, è sempre in cammino, pellegrina nello spazio e nel tempo, vive di incontri, si nutre e si rigenera nelle relazioni. Respira il respiro della coscienza della nostra libertà. In questi tempi di apocalisse, rivelazione della realtà, dovremmo annunciare a tutti che non c’è società senza comunità. Non è un problema di dimensione, siamo tutti pars pro toto (parte per il tutto), è una opportunità di senso che ci regala nel dramma la possibilità, donata alla nostra libertà, di essere migliori. Insieme. Non si è liberi per se stessi, slegati da tutti, si è liberi per qualcuno e con qualcuno: la libertà si esprime solo in una relazione di libertà; questo vale con gli uomini e con Dio. Comunità è condivisione. In un tempo in cui si vive il mito individualista, le semplici e concrete esperienze di condivisione fanno accedere a un’altra frequenza di relazione con gli altri. Ma si entra anche in un’altra dimensione di se stessi. Si condivide ciò che si ha e si è, la propria pochezza, il proprio limite, la propria ferita. Si condividono la gioia e i propri talenti. Facendo così l’esperienza paradossale e miracolosa della moltiplicazione. Solo condividendo si moltiplica a favore di tutti.

La comunità si genera nella condivisione, per questo servono esperienze comunitarie concrete di condivisione: materiali, digitali, territoriali, intellettuali, lavorative, economiche, finanziarie, culturali, spirituali, ecologiche, politiche. Queste sono esperienze istituenti. Vivono il presente e alimentano le istituzioni, aprono la via a forme istituzionali nuove, nel campo religioso, politico, economico, sociale ed educativo. Comunità è ospitalità. Se la condivisione apre la porta alla fraternità, l’ospitalità ne dilata l’esperienza. La vera ospitalità è sempre eccedente, è sempre un’esperienza radicale. Ospitare l’altro nella vita, se si vuole farlo davvero, significa rinunciare in partenza alla pretesa di tenere tutto sotto controllo; significa lasciarsi sorprendere, lasciarsi provocare, dirsi disposti a qualsiasi cambiamento. L’ospitalità trasforma l’altro, qualsiasi altro, nel mio prossimo. L’ospite ci decentra. Per questo è sempre simbolo divino; decentrandoci, ci dona un nuovo centro: allontanandoci dall’essere soprattutto l’io di noi stessi, ci concentra sull’essere il tu dell’altro. L’ospite è il portatore dell’invisibile. Siamo in relazione con questo mistero al punto che nella lingua italiana «ospite» si riferisce sia a chi ospita sia a chi è ospitato.

Comunità: benedizione e speranza. Il tempo in cui viviamo ha bisogno di persone che benedicono e si lasciano benedire. Le persone che benedicono sono le persone che dicono bene della vita, che dicono bene del loro presente; sono le persone che sanno che in questo tempo e in questo spazio si gioca tutta la loro vita. Perché questo è il tempo più bello che il buon Dio ha immaginato per noi. Con questa consapevolezza, noi possiamo stare dentro il nostro tempo con un profondo senso di gratitudine. Ciò non toglie dalla nostra vita il dolore, la fatica, qualche volta lo sconforto, però ci fa sentire dentro la nostra storia con un senso. Benedire apre alla speranza, così la speranza vive, cresce, si muove solo se passa da generazione a generazione. Solo se ho la consapevolezza che devo consegnarla a qualcuno e ho la consapevolezza di averla ricevuta da qualcuno, la speranza diventa un’energia enorme. Cerca sempre compagnia la speranza. Camminare con gli altri comporterà fatica, entusiasmo, sofferenza, cadute. Ma il camminare insieme ha bisogno di un orizzonte. Non si può possedere la speranza, ma la speranza abita sempre un orizzonte. Un orizzonte comune.

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Data di aggiornamento: 25 Febbraio 2023
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