10 Febbraio 2026

Takla, san Francesco d’Etiopia

Sono straordinarie le somiglianze tra le storie del patrono d’Italia e del santo più venerato del cristianesimo etiopico. Le loro testimonianze sono una delle fondamenta della religiosità popolare nel nostro Paese e nell'altopiano dell’Africa.

Takla, san Francesco d’Etiopia

Sono straordinarie le somiglianze tra le storie del patrono d’Italia e del santo più venerato del cristianesimo etiopico. Le loro testimonianze sono una delle fondamenta della religiosità popolare nel nostro Paese e nel più vasto altopiano dell’Africa. Un eremita del deserto e un predicatore in mezzo al popolo hanno la stessa missione. E assieme a loro ci sono un leone e un lupo…

Francesco è nato tra il 1181 e il 1182. È morto nel 1226. Ottocento anni fa. Takla è nato nel 1215 e morto nel 1313.

Quasi coetanei, san Francesco d’Assisi e san Takla Haymanot, i due santi più importanti del cattolicesimo italiano e del cristianesimo ortodosso dell’Etiopia. Takla è così popolare che il suo culto, unico caso nella devozione di quella chiesa africana, è diffuso anche fuori dai confini dell’Etiopia: la diaspora etiopica (in Italia, in Israele, negli Stati Uniti, nei paesi scandinavi) festeggia san Takla Haymanot ogni 24 del mese. La chiesa cattolica di Etiopia e di Eritrea riconosce e celebra la sua santità, Takla è una delle identità religiose di questa parte dell’Africa. 

Sorprendente è la simbologia e il cammino che accomuna Takla e Francesco. E, in molti, ad Addis Abeba, vi parleranno di lui proprio come il san Francesco d’Etiopia. Ascolto i racconti di chi cerca di spiegare a uno straniero le immagini del santo che affrescano quasi tutte le chiese dell’altopiano etiopico. È un uomo anziano con una barba lunghissima, un’aureola attorno alla testa, le braccia sollevate in un atto di preghiera. Solo dopo uno sguardo più approfondito ti accorgi di qualcosa di «strano». Indossa una veste bianca lunga fino ai piedi. Solo che non è un abito talare, è la sua barba, sono i suoi capelli a vestirlo, a proteggerlo, a coprire il suo corpo. Poi, all’altezza della testa del santo, vedi l’uccello, un grande uccello, dalle piume nere, a volte con il petto bianco: è quasi immobile nel suo volo e allunga il becco fino a sfiorare l’occhio destro del vecchio. Ha sete e Takla offre una sua lacrima per dissetarlo. 

Come è simile la storia ascetica di Takla a quella degli eremiti delle chiese siriache e, soprattutto, alla leggenda sacra di Maria Egiziaca, santa dell’intera famiglia cristiana. L’evangelizzatore degli altopiani etiopici fu san Frumenzio, un predicatore siriaco che, nel IV secolo, convertì alla nuova religione il re di Axum: l’Etiopia antica fu il primo regno ad adottare il cristianesimo come fede ufficiale. Roma prenderà una decisione simile solo quasi mezzo secolo più tardi. Maria Egiziaca visse, anche lei a metà del IV secolo, una vita di penitenza in deserto. Per quarantasette anni si nutrì di erbe e si vestì solo con i suoi lunghissimi capelli. Le parabole religiose si sfiorano, si imitano, percorrono gli stessi sentieri. 

L’attenzione ora scende ai piedi di Takla. Il santo, nelle sue immagini, non è da solo, attorno a lui, accucciati, ci sono alcuni leoni. Almeno sei. Come Francesco, Takla ha amicizia, confidenza con gli animali. Francesco dialoga con la natura; Takla rimane in silenzio. Un giorno, negli anni della sua solitudine eremitica, a lui si avvicinò un leone in cerca di cibo. Aveva, secondo alcune versioni, già ucciso un asino e minacciato i viandanti. Takla non ha paura, non fugge, a sua volta si avvicina al leone. A mani nude. Lo rimprovera. E il leone sembra comprendere, calma la sua rabbia, promette di non aggredire più nessuno. Takla è un eremita, vive nel deserto, in contemplazione e silenzio, nessuno è attorno a lui e al leone. Francesco quando incontra il lupo interviene in difesa della gente di Gubbio e parla con l’animale, stringe un patto con lui, costruisce una pace tra il lupo e la città. I due santi sono simili, vivono in geografie diverse, il leone compie un atto di sottomissione al divino, il lupo e i cittadini di Gubbio accettano una convivenza. 

Vi è un’altra versione della storia del leone. Takla incontra l’animale e si accorge che è ferito. Non si spaventa, anzi lo cura, lo aiuta, lo medica. Come non pensare alla favola della mitologia romana rielaborata da Fedro: lo schiavo Androloco che toglie dalla zampa di un leone una spina che gli sta provocando dolori feroci. Takla e l’animale, come Androloco e la sua belva, vivranno in amicizia e solidarietà. È straordinario come racconti religiosi, occidentali e orientali, ambientati tra i boschi dell’Italia, e, all’opposto, in deserti inospitali, siano riflesso e specchio di antiche favole. 

Takla, nella maggior parte delle sue rappresentazioni, appare con le ali. Dopo quasi tre decenni di ascetismo, solitudine, preghiera, silenzio, il santo etiopico perde una gamba. Per troppi anni è rimasto immobile nella stessa posizione, la gamba sinistra si è staccata. Se guardate le sue immagini e osservate sotto il vestito modellato dalla sua barba, vedrete che Takla, in piedi, si tiene in equilibrio su una gamba sola. Dio lo ricompensa per le sue preghiere con il dono delle ali. Sono sei, come quelle dei serafini, gli angeli più vicini al trono divino, descritte da Isaia. Due ali per coprirsi i piedi, due per nascondere il volto, due per volare. Takla considera eccessivo il privilegio: chiede a Dio di ridurre il numero delle ali, vuole evitare il rischio della superbia. Ed ecco che molte sue raffigurazioni lo ritraggono con «solo» due ali. Takla e Francesco mostrano la propria santità attraverso il corpo: il santo etiopico, eremita, ascetico, senza un piede, si trasfigura in una creatura angelica; le stigmate francescane sono la partecipazione concreta del santo alla sofferenza del Cristo. La santità di Takla è trascendente, quella di Francesco è un’incarnazione nella vita quotidiana. 

Nelle loro storie terrene, Takla e Francesco sono state due figure immense dei loro cristianesimi. Oriente e occidente, Francesco scosse l’universo cattolico e creò l’ordine dei frati minori; Takla Haymanot - il suo nome significa «pianta della fede» - è considerato il «pilastro» del monachesimo etiopico. Fondò il monastero di Debre Libanòs, a Nord di Addis Abeba, il più autorevole centro religioso dell’Etiopia cristiana. Nel 1937, Rodolfo Graziani, viceré d’Etiopia negli anni della colonia fascista, scatenò contro i monaci e i diaconi di Debre Libanòs una vendetta spietata per l’attentato che aveva subito ad Addis Abeba: ordinò la fucilazione di tutti i religiosi del monastero, morirono in 449. Negli anni ’90, ho incontrato più volte lo storico Angelo Del Boca, il più importante storico del colonialismo italiano in Africa Orientale: mi raccontò come fosse certo che le vittime di quell’eccidio, voluto dal fascismo, siano state tra i 1200 e i 1600 monaci. Giovani seminaristi, catechisti, diaconi. Ricordo le sue parole: «Martiri giovinetti che la cristianità non ricorda».

C’è una chiesa a Firenze (ve ne sono altre a Roma e a Milano), si chiama Debire Sahil Kiddus Michael, dove si riunisce la comunità etiopica fiorentina e toscana. È ospite di una parrocchia cattolica. E se fosse l’occasione, nell’ottavo secolo della morte di Francesco, per una preghiera congiunta di fratellanza in nome del santo etiopico e di quello italiano?

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Data di aggiornamento: 10 Febbraio 2026
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