Maria, maestra di vita
Maggio è il mese di Maria. E Maria è una figura che continua a interrogarci, ben oltre i confini della devozione. Una donna che ha parlato pochissimo. Che ha molto meditato. Che ha fatto di una non-scelta la via della propria libertà, e del proprio dolore di madre la capacità di portare su di sé tutti i dolori del mondo. Una donna che colpisce per l’audacia, come quando viaggia sola per visitare la cugina Elisabetta. E per la sensibilità, come nelle nozze di Cana, quando si accorge prima di tutti che il vino buono sta finendo.
Maria ci ricorda che il legame, la compassione, la preoccupazione per la felicità altrui sono le dimensioni più qualificanti dell’umano. Non la potenza. Non il controllo. La cura. Maria testimonia che il confine tra l’umano e il divino è labile, quasi cancellato dalla filiazione. C’è un paradosso che vale la pena sottolineare. L’uomo che vuol farsi Dio uccidendo Dio, resta vittima, la prima vittima del proprio stesso delirio di onnipotenza. Oggi questa sconfitta è tristemente evidente nell’oscillazione tra senso di impotenza e deliri del transumanesimo.
Cogliere invece che l’essenza del divino è il generare, il far esistere nel voler bene, è comprendere insieme la natura di Dio Padre e il destino dell’essere umano. La generazione è il principio di tutto. È la forma più alta dell’essere. In questo paradossale andare oltre se stessi, quando ne siamo capaci, si coglie il senso più pieno della vita, della libertà e della felicità. Maria lo sapeva.
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