La luce dei fratelli

La fraternità è tessitura del creato, ritmo di interdipendenza e interconnessione, dove ciascuno è proteso a far vivere, a mettere in circolo quella vita nella quale siamo fratelli tutti.
24 Giugno 2026 | di

Le parole frate, fratello, fraternità hanno una risonanza significativa nell’esperienza spirituale di Francesco d’Assisi. Anzitutto i fratelli sono un dono del Signore: Francesco lo ricorda nel Testamento e ci lascia intuire che, solo dopo aver ricevuto i suoi compagni di via, ebbe un orientamento sul cammino da intraprendere: «E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (FF 116). I fratelli appartengono allo spazio della rivelazione del Signore, sono per Francesco una chiave indispensabile per capire e concretizzare la forma evangelica. La fraternità si pone come alternativa a un concetto gerarchico e piramidale dello stare insieme, essa favorisce la circolarità, la reciprocità, ponendo tutti sullo stesso livello o, meglio, tollerando un unico dislivello, quello di chi si «abbassa» per mettersi a servizio. 

Al capitolo XXII della Regola non bollata il santo assisiate, nel contesto di un’ampia ammonizione ai frati (FF 56-62), inserisce alcune precise citazioni evangeliche così da fondare ogni sua richiesta su «come dice il Signore». In particolare, Francesco rinvia a Mt 23,8-10: «Voi siete tutti fratelli. E non vogliate chiamare nessuno padre vostro sulla terra, perché uno solo è il vostro Padre, quello che è nei cieli» (FF 62). La fraternità quale stile relazionale tra i suoi è radicata in quel sine proprio, in quella opzione di povertà, che è per Francesco la ferma decisione di rifiutare qualsiasi tentazione a far prevalere uno spirito di proprietà sulle cose e sugli altri. 

Illuminanti sono in questo senso gli insegnamenti che il santo offre nelle sue ventotto Ammonizioni, significativamente aperte dalla meditazione sull’Eucaristia. Nella prima ammonizione, infatti, Francesco considera l’umiltà di Colui che ogni giorno «viene a noi in apparenza umile, ogni giorno discende» (FF 144), quasi facendo di quel movimento la dinamica entro la quale poter vivere relazioni coerenti con quanto si è celebrato.

Le ammonizioni successive, infatti, si focalizzano sui rapporti fraterni, evidenziando i fattori di crisi della fraternità nelle dinamiche appropriative. Ne indichiamo alcune: l’appropriarsi della propria volontà (ammonizione II: FF 146-147); l’appropriarsi di un ufficio, di un ruolo (ammonizione IV: FF 132); l’appropriarsi dei propri successi e il farsene motivo di una gloria incoerente rispetto a quella del Signore Gesù Crocifisso (ammonizione V: FF 153-154); l’invidia, il volere il dono dell’altro che è «bestemmia» per Francesco, come invidiare «lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene» (FF 157); l’ira che è farsi «proprietari del peccato altrui», accumulando «per sé come un tesoro quella colpa» (ammonizione XI: FF 160). Si tratta di dinamiche che – anche mediante il giudizio, il concentrarsi sulla fragilità dell’altro per esercitare su di essa un potere – suscitano diseguaglianze, interrompono la circolazione del bene tra tutti

Francesco è realista: è cosciente che all’interno della comunità possono darsi divergenze di vedute, conflittualità, e che talora può essere assai difficile adempiere alle richieste del fratello che esercita, come «ministro», il servizio di autorità. Il santo pare suggerire due criteri di discernimento: ascoltare la propria anima (la propria più intima verità, dinanzi a Dio) e non separarsi dagli altri. Così, se «il prelato dovesse comandare al suddito qualcosa contro la sua anima, pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni» (ammonizione III: FF 150) e al ministro che intendeva lasciare la fraternità e ritirarsi in un eremo, presumibilmente sfinito dai conflitti con i fratelli «sudditi», Francesco chiede di cogliere la grazia di poter conoscere il proprio cuore e invita ad amare i fratelli e a «non pretendere che siano cristiani migliori» (Lettera a un ministro: FF 235).

Il senso della gratuità – la percezione riconoscente del dono accolto e il donarsi senza pretese – e la misericordia fanno la fraternità. Una fraternità dai tratti materni, attenta a tutelare e generare vita: «E ciascuno ami e nutra il suo fratello, come la madre ama e nutre il proprio figlio, in quelle cose in cui Dio gli darà grazia» (Regola non bollata IX: FF 32). Non è solo questione di «volersi bene», ma c’è un’eccedenza: in questo stile si diventa fratelli dello stesso Signore, il Figlio Fratello «il quale offrì la sua vita per le sue pecore e pregò il Padre per noi», afferma il santo nella Lettera ai fedeli (FF 201), dopo aver detto che «Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre suo, che è nel cielo» (FF 200). 

La fraternità per Francesco travalica l’umano, si allarga fino a includere chi, nel contesto storico-culturale in cui il santo visse, era ritenuto dis-umano o sub-umano: ad esempio i lebbrosi che egli chiama «fratelli cristiani», come ci attesta la Compilazione di Assisi (FF 1592) o i briganti, anch’essi «fratelli» (ivi, FF 1669).

Fratelli e sorelle, infine, sono le creature alla scuola delle quali – ascoltiamo nel Cantico di Frate Sole – l’uomo reimpara il linguaggio della riconoscenza e della lode e dalle quali un Francesco ammalato, sofferente nel corpo e nello spirito, riceve consolazione: «Voglio quindi, a lode di lui [l’Altissimo] e a mia consolazione e per edificazione del prossimo, comporre una nuova lauda del Signore riguardo alle sue creature» (ivi, FF 1615). La fraternità è tessitura del creato, ritmo di interdipendenza e interconnessione, dove ciascuno è proteso a far vivere, a mettere in circolo quella vita nella quale siamo fratelli tutti, fino alla fine quando «sora nostra Morte corporale» a uno a uno ci raduna, ci prende per mano per condurci alla Fonte di tutti i legami.

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Data di aggiornamento: 24 Giugno 2026

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