Pinocchio tra i banchi di scuola

Basta con una scuola che incoraggia solo la competizione. Serve una scuola che accompagni verso la libertà. Verso la partecipazione.
23 Settembre 2026 | di

Eccomi qui, salto fuori dalle mani di Geppetto, il falegname più famoso del mondo, dopo san Giuseppe. Ho avuto un padre fantastico, in tutti i sensi: un genitore, un maestro e un pedagogo. Del resto, non era facile avere un figlio come me, nato da un pezzo di legno. Ah, dimenticavo di presentarmi, ma sicuramente lo avrete intuito: mi chiamo Pinocchio. Il mio nome deriva proprio dall’albero di pino, perché sul suo tronco ci sono dei nodi che sembrano degli occhi. Sì, sono proprio quel burattino che ha scombinato i piani delle persone e delle realtà che mi hanno circondato durante le mie avventure. Anch’io sono andato a scuola come tutti i bambini, ma ero un po’ diverso. Del resto, la scuola è un posto dove tutti dovrebbero avere la possibilità di far emergere le proprie capacità. Invece è uno specchio che riflette i valori culturali della nostra società, dove i cosiddetti «diversi» vengono obbligati a rientrare il più possibile nella norma e anche a imparare le nozioni che per la società sono utili. 

Ma, è più importante imparare a memoria le gesta di Napoleone oppure imparare a essere persone consapevoli, libere e ad avere una vita autonoma e indipendente? Ma, soprattutto, questo chi me lo dovrebbe insegnare: la scuola o altre figure educative? È la domanda nella mia testa, da quando Geppetto mi ha creato. In fondo, mi sento come se dovessi percorrere una strada che è già indirizzata da Google Maps per rientrare nei canoni dell’esistenza, ma sono nato burattino, da un papà falegname! Che ci posso fare se proprio questa diversità, che mi contraddistingue, mi spinge a essere curioso e a ricercare nuove esperienze che rispondano ai miei dubbi e alle mie domande? Al contrario, mi sembra che la scuola odierna non sempre mi accetti per quello che sono, che non voglia supportare questa mia identità, impedendomi di spiccare il volo.

Ma è davvero una scuola, quella che insegna ai ragazzi a rispettare programmi prestabiliti? Che non apre i propri confini alle questioni portate avanti dalla collettività, dalle persone «diverse» e marginalizzate, tutte quelle che vogliono attivarsi ed essere libere? Sarebbe bello se la scuola promuovesse, oltre all’idea di inclusione, che è utopica, anche quella di «partecip-AZIONE» che, come dice la parola, implica un’azione non solo da parte del contesto che include, ma anche dalla persona stessa che desidera partecipare. Questo lo dico perché le mie diversità, le mie lotte, possono essere comuni e condivise per il benessere di tutti. Io, Pinocchio, non voglio più una scuola che incoraggi solo la competizione, ma una che accompagni verso la felicità, perché la felicità va a braccetto con la libertà. Queste suggestioni sono frutto dei valori che mi ha trasmesso mio papà Geppetto e sarebbe bello se anche la scuola promuovesse questo tipo di pensiero, ponendosi in dialogo costante con tutti, promuovendo cooperazione e ricerca di possibilità per creare un mondo più accogliente. 

Concludo con le parole di una delle canzoni che più amo, La Libertà (1972) di Giorgio Gaber: «La libertà non è star sopra un albero / Non è neanche il volo di un moscone / La libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione […]». 

E voi, vi sentite liberi e felici? Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Face­book e Instagram.

Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»! 

Data di aggiornamento: 23 Settembre 2026

Articoli Consigliati

La forza delle donne

23 Settembre 2026 | di
Lascia un commento che verrà pubblicato