L'uomo di pace
«Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia pace!”» (FF 121), ricorda Francesco nel suo Testamento. Il santo di Assisi è di frequente associato al tema della pace, ma occorre cogliere la densità particolare che ha in lui questa parola. Non si tratta, infatti, di un generico pacifismo, ma «pace» è – come puntualizza l’assisiate – una rivelazione, è contenuto, cioè, che viene dal Signore, perciò possiamo intenderla sulla scia della parola di Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). È una pace che scaturisce anzitutto da una interiorità riconciliata nella consapevolezza di una qualità di vita che il Signore Risorto già offre a quanti credono in Lui, anche nelle contraddizioni, nelle tensioni, nei conflitti di cui si fa esperienza in questo mondo. Si tratta di una pace stabile, diversa da quella che dà il mondo e che spesso assomiglia più a una tregua o a un quieto vivere da difendere, a un «essere lasciati in pace». La pace del Risorto assume e porta a compimento la vicenda della Passione e della Croce. Ci verrebbe da chiamarla resilienza – con un termine che oggi va molto di moda – ma è indubbiamente di più, è speranza, è un futuro che viene incontro là dove la morte pare soltanto chiudere.
Non possiamo disgiungere il senso di questa parola dall’esperienza della Croce che segna anche il vissuto dell’assisiate, da San Damiano alla Verna, e che crea il clima interiore e spirituale in cui questa pace può essere accolta e compresa. Essa rinvia a un cammino di kenosi, di spoliazione, di non rivendicazione per restare coerenti con l’amore ed è la parola essenziale da offrire agli uomini e alle donne che si incontrano lungo il cammino, è il fondamento di ogni rapporto che indica anche la postura da tenere nei confronti degli altri, quella della minorità: significa dare più che le proprie buone intenzioni, più che la propria disponibilità. La pace è lo stile del frate minore, come si coglie al capitolo XIV della Regola non bollata: «Quando i frati vanno per il mondo, non portino niente per via, né sacco, né bisaccia, né pane, né pecunia, né bastone. E in qualunque casa entreranno dicano prima: “Pace a questa casa”. E dimorando in quella stessa casa mangino e bevano quello che ci sarà presso di loro. Non resistano al malvagio; ma se uno li avrà percossi sulla guancia, gli offrano anche l’altra. E se uno toglie loro il mantello, non gli impediscano di prendere anche la tunica. Diano a chiunque chiede a loro; e a chi toglie loro cose, non le richiedano» (FF 40). Francesco tratteggia la fisionomia evangelica dell’uomo di pace: disarmato, espropriato, povero di cose e così pure di potere, capace di accogliere quello che c’è, senza pretese, libero da ogni rivendicazione.
La povertà, il sine proprio, è presupposto necessario alla pace. Il fratello che porta la pace non porta altro che la fede nel suo Signore con sé, in Colui del quale Francesco stesso nelle Lodi di Dio Altissimo, composte dopo l’esperienza della Croce alla Verna, evidenzia, tra gli altri, attributi che appartengono al «campo semantico» della pace: «Tu sei sicurezza, Tu sei quiete... Tu sei mansuetudine» (FF 261). Sono qualità dell’Altissimo che Francesco riconferma dopo un contatto intenso e performante (fin nella carne) con il Crocifisso. Dire «pace» nel Suo Nome significa assumere un’attitudine di totale gratuità, senza scendere a compromessi, senza contrattare la disponibilità a servire al bene dell’altro, senza rivendicare. Racconta Tommaso da Celano (Vita prima, FF 359): «In ogni suo sermone, prima di comunicare la parola di Dio al popolo radunato, augurava la pace dicendo: “Il Signore vi dia la pace!”. Questa pace egli annunciava sempre sinceramente a uomini e donne, a tutti quanti incontrava o venivano a lui. In questo modo molti che odiavano insieme la pace e la propria salvezza, con l’aiuto del Signore abbracciavano la pace con tutto il cuore, diventando essi stessi figli di questa pace e desiderosi della salvezza eterna».
È interessante quanto puntualizza il celanense: odiare la pace è odiare se stessi, è perdersi. La pace che Francesco offre è il dono di vita che costantemente interpella da parte del Signore e che possiamo sintetizzare in una questione: vuoi vivere? Come vuoi vivere? La pace, shalom, è decisione e possibilità offerta di essere in buona relazione con se stessi, con gli altri, con Dio, via autentica di umanità. È Cristo Gesù la nostra pace (Ef 2,14), la realizzazione piena dell’umano che permette, guardando a Lui, di realizzare pienamente noi stessi, di ricreare in noi nuove e buone/belle relazioni. Francesco è in questa pace e la suscita. Il saluto francescano «pace e bene!» non è solo un modo di dire, ma esige di essere un modo di fare!
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