Crescere senza smartphone
Figli adolescenti e smartphone. Un’accoppiata che molti genitori vivono con ansia, consci dei rischi. All’inizio resistono alle richieste del pargolo, posticipano l’acquisto, mettono paletti, ma alla fine il ragazzino li aspetta al varco, affermando che tutti i suoi amici hanno il cellulare e lui è rimasto l’unico marziano, senza possibilità di partecipare alla vita online del gruppo. Un’esclusione vista come un castigo, che porta molti genitori a capitolare. Il problema è che la full immersion digitale avviene sempre prima e senza un’adeguata maturità e formazione, prima addirittura di conoscere le esperienze basilari della vita. L’ambiente circostante non aiuta, anzi, spinge sull’acceleratore. Secondo il Censis, quasi la metà dei bambini italiani è autorizzata a usare il telefonino prima dei 10 anni. Gli esperti urlano al disastro, elencano i danni psicologici, cognitivi e relazionali, invocano divieti in base all’età, ma la sensazione diffusa è che si voglia mettere un recinto a buoi ormai scappati.
Miracolo a Greystones
Un copione che si ripete uguale in buona parte del mondo. Un copione, però, che si capovolge inaspettatamente in un piccolo villaggio sul mare a sud di Dublino, nella contea di Wicklow, in Irlanda. Si chiama Greystones, 22mila abitanti, un porto, una spiaggia immensa, dintorni di pendii erbosi e rocce a picco sul mare, che riportano a un’atmosfera d’altri tempi. Qui, grazie a una coraggiosa dirigente scolastica, a una comunità coesa e a un progetto condiviso, bambini e ragazzi vivono beatamente senza smartphone, trovando la rinuncia perfino divertente. La dirigente, Rachel Harper, è una giovane donna risoluta, competente e pragmatica, mentre il progetto condiviso da tutta la comunità di Greystones si chiama «It Takes a Village»; il nome è il remake in epoca digitale di un proverbio, attribuito, a torto o a ragione, alla cultura africana, che dice che per educare un bambino ci vuole un villaggio.
Tutto inizia dall’osservazione. Ms Harper, al ritorno in classe, dopo il covid, nota che gli allievi della sua scuola, la St. Patrick’s National School, una scuola primaria, sono invecchiati di colpo: «Avevano 5, 6 anni, ma ne dimostravano 8, 9 – racconta –. Erano pieni d’ansia e con segni di depressione. Alcuni piangevano disperati e si rifiutavano di entrare in classe. Altri erano svogliati e distratti, perché alla sera facevano fatica a prendere sonno. Qualche famiglia aveva già contattato uno psicologo». Si confronta, Ms Harper, con gli altri presidi e insegnanti, ma il quadro non cambia. Si rende presto conto che dietro il peggioramento del benessere infantile c’è anche l’abbuffata di internet, smartphone e social media avvenuta durante la pandemia. Probabilmente non l’unica causa, ma un fattore determinante.
Nicky Harte, una delle mamme del progetto, forte dell’esperienza, spiega al «Telegraph» cosa sta succedendo a tanti minori: «Non ci sogneremo mai di lasciare un bambino di 9 anni solo in una stanza con degli sconosciuti per un’intera notte, pensando che all’indomani possa sentirsi bene. Questo, invece, è quello che accade quando abbandoniamo un bambino allo smartphone». Una situazione di sofferenza grave, forse troppo sottovalutata. Come riavvolgere il nastro del tempo, e farli ritornare bambini?
La forza della comunità
Nel 2023 la preside convoca nel teatro della città una riunione, a cui invita genitori, insegnanti, società sportive e tutti gli adulti che in qualche modo hanno a che fare con bambini e adolescenti, per affrontare insieme il problema. La risposta è eccezionale: «Avrei potuto riempire tre volte quel teatro», racconta Harper, scoprendo a sua volta quanto fosse alta la preoccupazione della comunità rispetto all’uso degli smartphone nei minori.
Nasce la proposta, accettata anche dai presidi delle altre 7 scuole primarie del plesso, nel territorio di Greystones e Delgany, di formulare un codice di adesione volontaria con il quale i genitori s’impegnano a non dare al figlio uno smartphone prima di entrare nella scuola secondaria. Lo sottoscrive il 70% dei genitori e, a distanza di tre anni dall’inizio dell’esperienza, l’adesione continua a essere altissima. Il progetto, studiato minuziosamente, prevede un accompagnamento costante, con corsi e workshop per tutte le persone coinvolte, insegnanti, genitori e allievi che siano.
Ma non si esaurisce con una firma sotto a un codice e con un patto tra scuola e genitori. Chiama in causa tutta la comunità e la coinvolge nella creazione di luoghi di incontro, attività e iniziative che possano arricchire e stimolare i ragazzini senza smartphone: la vita, quella vera, dev’essere nei fatti più attrattiva e coinvolgente.
Grande spazio hanno il gioco all’aria aperta, agevolato in tutti i modi, la musica e lo sport, che a Greystones è un fiore all’occhiello. I club sportivi moltiplicano l’offerta per ogni età ed esigenza. Il comune, a sua volta, organizza eventi ad hoc, come party sulla spiaggia «smartphone-free». Poi ci sono i luoghi d’incontro, come il Greystones Youth Cafè, che permette ai ragazzi di trovarsi dopo la scuola come ai vecchi tempi, senza bisogno di una chat su WhatsApp. È anche il luogo che raccoglie e informa su tutte le attività disponibili. Dal canto loro, anche i commercianti si mettono in gioco: se un bambino ha bisogno di aiuto, basta che entri al SuperValu, il supermercato gestito da Paddy Holohan, pure lui padre di due ragazzini di 13 e 15 anni, per trovare accoglienza: «Se serve, possiamo chiamare noi i genitori e intanto tenere i piccoli da noi».
A Greystones ci sono anche i ragazzini che lo smartphone invece ce l’hanno, ma non sono per questo ghettizzati: «Non siamo lì a giudicare – afferma Harper –, né a mettere pressione a chicchessia. Anzi, al contrario, li coinvolgiamo, invitandoli a venire agli incontri con tutti gli altri ragazzi, per imparare a usare il cellulare al meglio. La tecnologia offre tante possibilità, ma occorre sviluppare consapevolezza dei rischi e dei benefici».
Un successo mondiale
Insomma, a Greystones per un adolescente non avere un cellulare non solo è normale ma è un’occasione irripetibile di essere dentro un progetto più grande, che gli offre tante occasioni di relazione, di conoscenza e di divertimento. E che gli lascia alla fine del percorso anche la competenza di gestire al meglio la sua futura vita digitale. Per i genitori è un grande sollievo: «Mal che vada possono sempre dire che è colpa della scuola» sorride Harper. In realtà, l’aiuto più grande nasce dal confronto tra pari, «non c’è più bisogno di uno smartphone per stare nel gruppo e di conseguenza non se ne sente nemmeno la necessità».
Inutile dire che fuori da Greystones nessuno pensava che un progetto così potesse funzionare, ma poi, dopo tre anni di esperienza, sono arrivati i giornalisti da mezzo mondo, Turchia, Australia, Europa, India, Stati Uniti. La piccola cittadina sul mare d’Irlanda è arrivata al centro della scena mondiale per un motivo del tutto inatteso: aver dimostrato che i ragazzini possono vivere benissimo senza cellulari. E così, quella che i nostri nonni avrebbero derubricato come «la scoperta dell’acqua calda», per gli abitanti del mondo digitale è il ritorno di una speranza sopita, quella di restituire ai più piccoli la possibilità di un’infanzia spensierata, di un tempo più fisiologico, di una comprensione più completa della vita. Basta, però, che «il villaggio», anche quello «globale», finalmente ci creda. E smetta di dar voce solo agli interessi delle big tech mondiali.
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