Docente per l’inclusione: sì o no?
Qualche giorno fa una notizia mi ha lasciato «a bocca aperta», anche se in realtà a bocca aperta io già ci sto… Scherzi a parte, ho ascoltato un’intervista a Dario Ianes (nella foto), mio caro amico nonché professore ordinario di Pedagogia dell’inclusione e presidente della Fondazione Scuola e Ricerca, il quale si è esposto rispetto all’approvazione in commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera della nuova proposta di legge che introdurrà il passaggio di denominazione da «insegnante di sostegno» a «docente per l’inclusione».
Diverse sono le domande che sorgono al riguardo: che cosa cambierà concretamente? Quale sarà il ruolo dell’insegnante per l’inclusione? Di chi e di cosa si occuperà? Avremo davvero una scuola più inclusiva? Dario mi ha schiarito le idee rispetto alla questione. Sono d’accordo con lui quando dice che dell’inclusione non debba occuparsi «solo» questo docente e che quindi gli altri insegnanti se ne possano disinteressare, perché l’inclusione è una materia che riguarda tutta la scuola. Questo insegnante, infatti, dovrebbe implementare le competenze di tutti. Come sostiene Ianes, probabilmente il compianto Andrea Canevaro rispetto a questo cambio di denominazione avrebbe reagito ponendo l’accento sulla necessità di «abilitare i contesti», dato che i contesti di un alunno o un’alunna nella scuola sono tutti i suoi docenti e i suoi compagni. Abilitare significa perciò «renderli consapevoli, attenti e metodologicamente competenti».
Prima di apportare un cambiamento a un testo legislativo, sarebbe necessario interpellare le persone esperte in materia, cioè coloro che appartengono al mondo accademico e della ricerca e, ovviamente, i dirigenti scolastici. Ma se non si investono in maniera concreta le risorse sull’insegnamento – sui docenti che dovrebbero essere formati per diventare curricolari a tutti gli effetti – il rischio è quello di creare l’opposto di una scuola inclusiva, cioè una scuola «selettiva e classista». A tal proposito, Dario Ianes spiega che anche la figura dell’educatore in Italia non è socialmente desiderabile e come esempio riporta un episodio: in un incontro con centoventi educatori, era presente un solo maschio, come appunto capita con le professioni meno ambite. Le professioni di cura e quelle educative sono da sempre terreno femminile, anche perché economicamente sono meno riconosciute, ma la realtà è che il mondo scolastico è fatto sia di femmine che di maschi.
Qui ci vogliono risorse, prosegue Ianes, mentre l’attuale governo pare non voler investire nella scuola. Ianes insiste su questo, perché uno sviluppo affettivo e relazionale ha bisogno di stili diversi, doti che adesso vengono attribuite solo alle donne, come se l’uomo fosse non adatto a questo ruolo. Invece tale approccio è solo un orientamento culturale. Il bambino che a scuola vede solo figure femminili pensa che solamente le donne si debbano dedicare all’educazione, non gli uomini, ma se si vuole sradicare la cultura patriarcale bisogna iniziare a sradicare questo concetto. Per concludere, credo che la scuola per antonomasia debba essere inclusiva, e se da un lato le parole sono importanti e vanno perciò usate bene, dall’altro si devono seguire «buone pratiche» che apportino cambiamenti in senso costruttivo e non distruttivo. Vi lascio con questa riflessione: se una scuola non fosse inclusiva che scuola sarebbe? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulle mie pagine Facebook e Instagram.
Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»!