Il libraio di Gaza
Un fotoreporter, Julien Desmanges, incontra a Gaza un vecchio libraio, Nabil, che legge a due passi dalle rovine: uno scatto perfetto… e il prezzo è ascoltare la sua storia, perché «una fotografia non è cosa di poco conto. Meglio trovare il tempo, innanzitutto, di scambiare due parole». Il testo è costruito come se tu fossi il reporter, favorendo l’immedesimazione nel racconto. Figlio di un cristiano e di una musulmana, Nabil segue le drammatiche vicende dei palestinesi, dall’esodo del 1948 (nakba). La sua è una narrazione addolorata, soprattutto per la perdita progressiva di tutti i legami famigliari e affettivi: il fratello, i genitori, la moglie, il figlio… vittime di un conflitto infinito con Israele.
Non lascia però che prevalga il risentimento e la vendetta: ricorda, invece, di una suora che gli parla di Gesù, di compassione, di perdono, e della benevolenza di un imam che ha lasciato in lui una traccia profonda. Il teatro, poi l’amore, e la passione per i libri, rafforzata dalle ultime parole del fratello, prima di morire: «Leggi. Leggi tanto da impazzire. Ma leggi, fratellino, leggi». Arriva a credere che le parole possono salvare, poi a non esserne molto sicuro… il conflitto è davvero complicato: «Molti palestinesi, per tutta la vita, non conoscono che caos, umiliazione, distruzione. E molti israeliani, per tutta la vita, si rappresentano i palestinesi unicamente come terroristi. Queste immagini rovesciate spiegano l’impossibilità della riconciliazione. Ma allora com’è stato possibile continuare così per tanti anni? Forse ci si abitua a tutto».
Viene anche condannato alla prigione, per essere andato con le armi a una manifestazione, dopo che gli avevano ucciso il figlio: per vent’anni è lontano da casa… e lì legge… «Non ho perdonato, ma so che esistono dei giusti. Che la pace impossibile è il dolore condiviso dei giusti da entrambe le parti». Dopo aver perso tutto, apre una libreria: sceglie di stare sulla soglia della realtà, senza aggiungere altre brutture. Trova rifugio nei libri, nella fiducia che le parole possono salvare, che forse «le parole salvano in silenzio».
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