Il prezzo del silenzio

Valerio Nicolosi è un giovane freelance. Gira il mondo, a sue spese, per raccontare le povertà e le ingiustizie. Non può tacere. Il suo silenzio lo pagherebbero i poveri.
06 Ottobre 2020 | di

Valerio Nicolosi non ha un carattere facile e le cose le dice senza mezzi termini. «Oggi ho fatto 20 mila passi per la settima giornata consecutiva. Non capisco come fanno a fare i reportage quelli che stanno seduti alla scrivania tutto il giorno». La frase compare nel suo profilo sul social network Instagram, sotto a un grafico che misura i chilometri fatti da Valerio sull’isola di Lesbo. Lì c’è, o meglio c’era, il terrificante campo profughi di Moria, il più grande d’Europa, distrutto dagli incendi a settembre. Sull’isola ora ci sono migliaia di persone in fuga dalla povertà e dalla guerra che dormono ammassate all’addiaccio, senza servizi igienici, che devono fare la fila per la poca acqua potabile e che vedono diventare sempre più sottili le speranze per il miglioramento di vita che cercavano abbandonando le loro case. È una catastrofe umanitaria dentro i confini europei che spetterebbe all’Europa gestire, ma che nessun Paese dell’unione vuole realmente affrontare. 

A questo disimpegno sarebbe molto utile il silenzio mediatico, ma Valerio Nicolosi pensa esattamente l’opposto. Per questo è lì e intervista i profughi, documenta le loro storie, segue le vie che hanno percorso e racconta instancabilmente da anni l’ingiustizia del rimpatrio forzato, che ha reso sterile il cuore di un’Europa che era nata multiculturale e accogliente. È una scelta pericolosa, perché la polizia non ama chi racconta i suoi abusi. Può picchiarti, arrestarti, impedirti di documentare e soprattutto, l’incubo di ogni reporter, sequestrarti il materiale di lavoro. 

Valerio quel rischio lo conosce bene. Ha percorso la rotta balcanica, raccontando gli orrori della polizia di confine che picchia i migranti disperati e segna le loro teste con la vernice perché possano essere riconosciuti anche se riescono a varcare il confine. È salito sulle navi umanitarie delle organizzazioni non governative per raccontare i salvataggi, gli imbarchi dalla Libia, i respingimenti ai bordi della zona Sar tra Italia e Malta e l’infinita umanità dei volontari che aiutano chi chiede aiuto. È proprio quando è sceso dalla nave umanitaria Mare Jonio, l’unica italiana a fare salvataggio nel Mediterraneo, che io l’ho incontrato. 

Fotografo, regista documentarista e narratore social, Valerio usa tutti i linguaggi per far passare il messaggio che gli sta a cuore, anche i meno ortodossi secondo il giornalismo tradizionale, che continua a guardare con diffidenza ai reportage fatti col cellulare e preferisce comprare le notizie dalle agenzie, una procedura che costa molto meno che mandare un inviato sul posto. I giovani e i giovani adulti, però, i giornali non li leggono più. C’è internet a informarli in tempo reale e Valerio, che è nato nel 1984, molto più che alla carta appartiene alla Rete, dove sa che può bastare la foto giusta per scuotere dall’apatia l’opinione pubblica.

L’ultima foto che ha postato è di un gruppo di bambini profughi che a Moria gioca con oggetti di recupero. La didascalia recita così: «Nonostante i mesi trascorsi nell’inferno di Moria, nonostante la continua violazione dei diritti umani, nonostante l’incendio che ha divorato il campo e nonostante stiano vivendo in strada con pochissima acqua e poco cibo, i bambini di Moria riescono a sorridere, farsi una ciambella con le bottiglie vuote dell’acqua, a tuffarsi e a farsi il bagno. Se ci fosse davvero una giustizia divina adesso dovrebbero tutti essere in una scuola, con una casa sicura che li aspetta e un futuro libero». 

Non è un osservatore neutrale, Valerio. Prima di salire sulle navi che salvano i migranti ha fatto il corso di salvataggio in condizioni estreme, perché sulle navi non c’è posto per chi non sa salvare. «Nessun dovere di cronaca viene prima del dovere di tirare su chi affoga». Andare vicino al cuore delle cose è anche una grande occasione. Le foto di Valerio hanno partecipato e vinto concorsi internazionali di reportage, ma lui continua a scrivere come freelance per molte testate, troppo impegnativo per poter stare in carico solo a una. Trovare i soldi non è facile quando non hai un giornale alle spalle che ti copre le spese, ma è ancora una volta la Rete la migliore risorsa di Nicolosi. «Il progetto Frontiere, un documentario che racconta cosa sta succedendo alle persone povere e impaurite che arrivano ai confini dell’Unione europea, lo sto finanziando attraverso una piattaforma di crowdfunding. Costa 15 mila euro, ma ne ho raccolti già 10 mila». 

È una strana editoria quella dove i lettori sono più coraggiosi degli editori che dovrebbero finanziare la raccolta delle notizie, ma in un Paese come l’Italia, al 41° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa (dopo Ghana, Sudafrica, Burkina Faso e Botswana), pagare direttamente il giornalista potrebbe essere l’unica soluzione per farsi dire le cose come stanno. «Per fortuna ci sono molte persone che vogliono che si dica loro la verità dal luogo in cui sta accadendo, ma non lo sai mai se alla fine troverai i soldi che stai anticipando. Però non potrei stare zitto comunque. Raccontare queste cose forse ha un costo per noi, ma quello del nostro silenzio lo pagherebbero quei bambini, a Moria».

 

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Data di aggiornamento: 06 Ottobre 2020
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