03 Gennaio 2024

L’avventura di crescere

«Formazione» ed «educazione» sono aspetti ben distinti del processo di crescita. Perché, oltre a «dare forma», bisogna responsabilizzare.
L’avventura di crescere

© erhui1979 / Getty Images

Tra i fondamenti di ogni società sana c’è la cura dell’educazione e della formazione, specialmente delle giovani generazioni. La crescita è un processo, fatto di tante tappe, nel quale si vuol favorire la consapevolezza della propria identità in relazione con gli altri. In tale processo, educazione e formazione hanno diverse funzioni: anche se spesso le usiamo come sinonimi, c’è differenza. La formazione indica l’atto di dare una forma, di plasmare, nel nostro caso una persona. Nessuno nasce con un bagaglio già pieno, ma ha bisogno di acquisire conoscenze, competenze, di imparare a cogliere il valore delle cose: un bambino non sa riconoscere subito un pericolo, ma deve essere accompagnato nel mondo.

La formazione, però, può avere un rischio: quello di manipolare la persona, di costruirla secondo un progetto esterno a lei, come un’imposizione. A proposito, nell’ambito cristiano, si parla del «progetto di Dio» per noi, che non è però qualcosa di esterno che dovremmo cercare di capire; è piuttosto qualcosa che è costruito insieme al Signore, che ci vuole liberi nella scelta di seguirlo, che chiede la nostra partecipazione come protagonisti creativi. E per costruire qualcosa insieme è importante conoscersi, cogliere i reciproci desideri: quello di Dio verso di me e il desiderio che mi abita nell’intimo (che viene da Lui). È un cammino in cui non c’è uno sviluppo predeterminato, chiede scelte libere, in cui mi metto in gioco con la mia capacità di amare.

 

La formazione, come dicevamo, può cadere nella trappola della manipolazione: «So io che cosa è bene per te, quindi fai come ti dico»! Questo va bene per un bambino, ma in seguito diventa rischioso, perché può creare una dipendenza. Cosa che accade anche nel campo della fede, quando qualcuno si intromette nel rapporto di intimità tra una persona e Dio: frasi del tipo «io so che Dio ti sta dicendo questo» oppure «Dio mi ha detto che devi…» sono spesso fuorvianti e manipolative, rischiando di diventare un vero e proprio abuso spirituale (per approfondire, L’abuso spirituale di Davide Ronzoni, EMP). Per questo, l’accompagnamento è un’arte delicata, che sempre deve favorire la chiarezza del discernimento e la libertà di scelta! Nemmeno Dio ci costringe, dovremmo farlo noi con gli altri?

Nell’accompagnare la crescita, quindi, è importante un atteggiamento educativo. Educare significa «tirar fuori»: un’azione che consiste non tanto nell’introdurre contenuti (istruire) o nel dare una forma (formare), ma soprattutto nel responsabilizzare e coinvolgere la persona, mettendola in contatto con la realtà e chiedendo a lei di rispondere a quanto accade. Instaurando così una conversazione, un dialogo, un cammino da fare insieme. Certo, non basta solo l’educazione, perché è necessario dare dei riferimenti, una base dalla quale partire. Questo vale anche per la fede cristiana, che nel Vangelo trova la sua forma fondamentale, il luogo (o meglio la persona, Gesù Cristo) in cui formare la propria coscienza.

Due attenzioni, quindi: la formazione e l’educazione, che chiedono di essere integrate; a proposito, trovo interessante uno spunto preso da una metafora, quella della chiave, che Chesterton usa per parlare del credo cristiano. Come la chiave ha una forma ben definita e se viene deformata non apre più la porta, così il credo cristiano: per questo è importante la formazione. Allo stesso tempo, però, siamo cristiani non perché abbiamo la chiave in tasca, ma perché varchiamo la porta che quella chiave apre: questo coinvolge una scelta personale, chiede di tirar fuori qualcosa di sé, di mettersi in gioco, e rientra nell’ambito dell’educazione.

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Data di aggiornamento: 10 Gennaio 2024

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