La benedizione della Comunità San Francesco

Per un gruppo di diciottenni quella che sembrava solo un’esperienza parrocchiale diventa una grande lezione di vita. Grazie al racconto coraggioso di una giovane e al calore di una comunità che da anni accompagna chi vuole uscire dalle dipendenze.
13 Gennaio 2026 | di

«L’inferno esiste e io ci sono stata. Voglio dirglielo subito, perché devono capire che nella vita si fa sul serio. Va bene se parto così?». Mani in tasca per ripararle dal freddo e occhi pieni di determinazione, Benedetta trasmette una grinta contagiosa. Sa che toccherà a lei prendere la parola tra poco, quando il gruppo farà visita a quella che da un anno e mezzo è casa sua, la Comunità San Francesco di Monselice, nel padovano, «palestra» per lottare contro le dipendenze da droga e alcol fondata dai frati conventuali della Basilica del Santo ormai 45 anni fa. L’occasione è la visita di un gruppo di diciottenni e dei loro animatori, provenienti dalla vicina Albignasego, parrocchia di San Tommaso. Da qualche mese si stanno lasciando interrogare da Dante, da quell’inferno-purgatorio-paradiso che segna altrettante parabole di destinazione per la vita di ciascuno. L’incontro di Monselice è una tappa di questo itinerario. 

L’appuntamento è appena fuori le mura della città, ultimo rilievo dei colli euganei direzione sud est e per questo da sempre strategico baluardo di controllo della pianura sulla direttrice Padova-Bologna. È il primo pomeriggio dell’ultima domenica di novembre, per il calendario ancora autunno, ma per il freddo percepito pieno inverno. Ci ritroviamo in una trentina di persone, all’incirca equamente divisi tra il gruppo dei diciottenni e quello degli ospiti della Comunità, accompagnati da fra Alberto Tortelli, neo guardiano della fraternità, fra Anselme Boissonnet e fra Derrick Bressey. Quasi naturalmente ci si dispone in cerchio, in attesa di capire che si fa. A rompere il ghiaccio sono i «locali», che passano a stringere le mani di ciascuno, presentandosi. «Dove c’è questa apertura nella cinta muraria medievale sorgeva la porta “di sant’Antonio”, quella in direzione Padova» rivela incamminandosi fra Alberto, la nostra guida nella visita del borgo. Salendo il fianco del colle, i visitatori diventano presto pellegrini raggiungendo il duomo vecchio e l’attiguo santuario giubilare delle sette chiesette, voluto nel 1600 per chi non poteva raggiungere Roma e ottenere l’indulgenza. In silenzio entriamo nella settima chiesetta, dove il momento di preghiera si scioglie con la benedizione di Dio «che non si stanca di dire sempre bene di noi – sottolinea fra Alberto –. Siamo noi che a volte lo dimentichiamo e non ci crediamo». Sarà la preghiera o l’aver camminato insieme, ma pian piano l’indugio si rompe. I giovani si cercano, scambiano una parola, cominciano a raccontarsi, ci scappa qualche battuta, qualche risata. 

Dal fondo alla luce

La dinamica di incontro prosegue arrivati alla sede principale della Comunità San Francesco, in via Candie 7. È immersa nel verde, accogliente, con in risalto la bella architettura storica a tre piani dove, al secondo, risiede la fraternità dei frati. Ma i diciottenni hanno occhi e commenti solo per l’annesso campo da pallavolo in cemento, chissà se ci sarà tempo per giocare… Intanto entriamo; salutiamo gli ospiti, che rivedremo poi per merenda, e siamo accompagnati nel cuore dell’opera, che non a caso sorge al centro, come ponte tra la casa principale e la nuova costruzione moderna: è la cappella, piccola, calda e intima. Restano con noi i frati e Benedetta. «Le abbiamo chiesto di raccontare un po’ di sé e del suo cammino in Comunità – interviene fra Anselme –. È davvero una grande gioia poter condividere la ricchezza umana e spirituale che si vive qui». 

Il tempo allora si blocca, come spesso succede quando si condivide cuore a cuore, mentre Benedetta apre il tesoro della sua vita, ancora giovane ma che già ha conosciuto l’inferno della droga, arrivata prestissimo e trasmessa da un famigliare, delle overdose, dell’alcol, della solitudine, della dipendenza pesante che desertifica l’esistenza, con la morte toccata una, due, tre, quattro volte… «Ma una volta risvegliata, non ti sei detta: “Sono viva per miracolo, non ci ricasco più”? Non avevi paura di morire?» chiede Sara con passione. «Quando conosci solo la sostanza, non ti dici neanche “sono viva per miracolo”. Ti dici: “Dove trovo la prossima dose?”. La morte... Ti anestetizzi i sentimenti, le emozioni, non provi più niente. Non conosci nemmeno la paura. Potrà sembrarvi strano, ma io ho imparato che cos’è la paura entrando in Comunità. Ed è una conquista». 

Le domande dei ragazzi interpellano Benedetta sulle ricadute e poi sulla svolta che la fa ora essere in cammino, pulita, capace addirittura di perdonare e di amare. «A lungo alle mie tenebre sono stata affezionata. Ero convinta nel mio malessere di non poter essere aiutata. Poi finalmente ho capito di aver bisogno di un’altra occasione. Ho chiesto aiuto, e l’ho trovato. La Comunità San Francesco non è la mia prima comunità. Qui però ci sono questi “esseri mitologici”, i frati. La loro presenza ordinaria in mezzo a noi è importante. All’inizio mi hanno incuriosita. Li ho osservati stare, vivere, pregare. Grazie a loro ho incontrato il Signore, tanto da chiedere di ricevere il battesimo. Mi sentivo a una svolta. Ma giustamente chi mi seguiva era all’inizio titubante, voleva vederci chiaro. Mi ha detto di tornare dopo sei mesi. E io sono tornata, ho insistito. Volevo anch’io quella luce che vedevo in chi credeva. Mi sono preparata, ho seguito il percorso di catecumenato, scoprendo quante volte il Signore mi è stato vicino anche quando ero lontana. Nella veglia di Pasqua sono stata battezzata. È una scelta radicale, sì. Sono rinata in Cristo, nel bene, nella vita». 

Raccogli le briciole

Mentre parla, Benedetta siede vicina all’altare, dove nel marmo è inciso: «Raccogli le briciole e fanne un pane». È fra Anselme a farlo notare. «Questa frase riassume ciò che proviamo a vivere qui: accogliere vite spezzate e farne qualcosa di meglio, perché ogni vita ha la sua bellezza. Aiutare questi giovani a vedere che sono ancora capaci del bello, del bene, è il compito semplice di noi frati, perché alla fine non siamo migliori. Abbiamo anche noi delle fragilità, che chiedono di trovare conversione. Camminiamo, insieme, donandoci il tempo lento di fare un passo alla volta, fissando lo stesso orizzonte». 

Le dense parole di libertà hanno toccato i cuori di tutti. Prevalgono i grazie, non di comodo. Le domande e i commenti continuano anche durante la merenda con gli altri ospiti e operatori e poi, appena compare un pallone, nel campo da pallavolo, senza più paura del freddo, squadre miste. Del resto, da distante ma nemmeno troppo, come riconoscere chi è ospite e chi è residente? Solo al momento dei saluti i due gruppi si staccano, tornando evidenti. L’ultima a sciogliere l’abbraccio è Benedetta. Non è il suo vero nome, ma è coniugazione – participio passato con effetto sul presente – del verbo benedire.

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Data di aggiornamento: 13 Gennaio 2026
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