Tra emergenza e speranza
Non è vero che sono emergenze. Il clima, i migranti, gli anziani. Poi i maranza, la violenza nelle scuole, l’emergenza casa. Emergenza sarebbe una parola del tutto neutra. È qualcosa che emerge, viene fuori dal flutto della vita e potrebbe essere anche una bella cosa ma noi nell’uso attuale abbiamo fatto fare alla parola una doppia capriola. La prima: l’emergenza è sempre negativa. La seconda: abbiamo chiamato emergenza non qualcosa di imprevedibile, tipo un terremoto o un’eruzione vulcanica, ma qualsiasi cosa turbi un inesistente e impossibile quieto scorrere dei giorni.
Ma abbiamo dimenticato che la vita non è un quieto scorrere dei giorni. C’è l’imprevisto, quello vero, c’è la malattia, c’è l’incontro che ci cambia le cose e talvolta in meglio (il Vangelo è piuttosto esperto di incontri di questo tipo), c’è l’amore, c’è la morte improvvisa, che comunque è parte della vita possibile, anche se è un tradimento della nostra attesa di eternità. C’è la sofferenza che ci sembrava lontana e invece si fa prossima. Nostra e di altri.
Noi oggi chiamiamo emergenze il risultato di nostre folli inettitudini e cecità. L’emergenza climatica è stata prevista da almeno 70 anni. Chi ne parlava è stato deriso, tutti feroci a ogni alluvione, a dire che ecco, la crisi idrica non c’è, il riscaldamento del pianeta è inventato. Hanno voluto confondere il meteo con il clima e ora questo è.
L’emergenza demografica è chiara da altrettanto tempo. È un’emergenza multifattoriale, come si dice. Non dipende solo da un fattore e soprattutto non da quello più demagogicamente invocato. Non è egoismo dei giovani, volontà di divertirsi. È mancanza di servizi, nidi che permettano alle madri di tornare al lavoro e non licenziarsi non appena sono incinte, è mancanza di sostegno strutturato e duraturo alle famiglie numerose, non una tantum, non un bonus bebè, ma un progetto sociale che accolga i bambini come un bene, assicuri loro un posto nelle scuole d’infanzia, i libri gratuiti nella scuola dell’istruzione obbligatoria, garantisca in modo preciso e certo il diritto allo studio. Questa espressione non è un generico diritto ad accedere all’università, è il diritto assicurato a tutti, anche ai figli di persone per niente abbienti, ma capaci, di arrivare a essere dottori in medicina, filosofia, ingegneria o in ciò che desiderano. Ci sono Stati che ci hanno lavorato. La Francia ha avvertito la crisi demografica da decenni e ha messo in opera un piano di sostegno per le famiglie, dal concepimento all’università. E così l’Austria e un po’ di Paesi nordici.
Eppure, ancora, non è solo questo. Quel che serve è una cultura della speranza per la quale i bambini siano una benedizione e non un problema. Non solo i nostri. Come si fa a dire «Fate bambini, vi diamo un bonus» e poi non avere un piano di edilizia popolare, sicuro, che permetta di pensare di non trovarsi un giorno sulla strada. Oppure dire: «Fate bambini» e poi agire contro i bambini degli altri, quelli che non nascono qui, bianchi, con il pedigree.
Il Vangelo è stato annunciato in una società molto diversa dalla nostra eppure c’è, a suo modo, già tutto: «Lasciate che i bambini vengano a me», ovvero i bambini contano, mai metterli ai margini nemmeno per urgenze spirituali. «Maria ha scelto la parte migliore», ovvero le donne contano anche nelle cose dello spirito, non sono lì solo per mettere in tavola e stirare colletti. «I miei occhi hanno visto la tua salvezza», ovvero un anziano annuncia la speranza che nasce. C’è speranza (e posto) per tutti, questo dice il Vangelo.
Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»!