La vita non è scontata
Molti di noi hanno sorriso alla salace battuta di Massimo Troisi nel film, interpretato anche da Roberto Benigni, Non ci resta che piangere (1984). Nella pellicola in questione, ambientata alla fine del ’400, a un frate predicatore che lo ammoniva dicendo «Ricordati che devi morire!», il personaggio interpretato da Troisi rispondeva: «Sì, sì, mo’ me lo segno, non ti preoccupare». D’altro canto, proprio il motto «Ricordati che devi morire», Memento mori, divenne anche il motto dei monaci trappisti, che in questo modo ricordavano la caducità del tempo presente e l’imminenza del giudizio particolare per la vita o la morte eterna.
Siamo barche oscillanti nella tempesta, sballottati dalle onde della paura della morte e della sete di vivere. E questa sete di vita, se non siamo risvegliati spiritualmente, si esprime in modo disarmonico e disordinato: nella costante ricerca di piaceri fugaci, nell’avidità, nella sopraffazione, in forme più o meno larvate di egoismo e narcisismo. Tutte fughe da se stessi che alla fine producono solo sofferenza e la vana sensazione di aver gabbato la morte. Per essere consapevoli di essere vivi bisogna infatti risvegliarsi e diventare vigilanti, in modo che i nostri cuori «non siano addormentati in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita» (Lc 21,34). Ma questo risveglio non può prescindere dal confronto e dall’accettazione della nostra mortalità.
Tota philosophorum vita commentatio mortis est: «Tutta la vita dei filosofi consiste nella preparazione alla morte», scriveva Cicerone (Cicerone, Tusculanae, Disp.I, XXX, 74), e se tanti filosofi e tanti saggi della spiritualità dell’Occidente e dell’Oriente ci invitano a vivere la vita come un tirocinio in vista dell’atto supremo della nostra vita, che è la morte, credo che valga la pena soffermarsi un po’ a riflettere, a meditare appunto, senza infingimenti né ipocrisie, su questo avvenimento ineluttabile che attende ciascuno di noi. Sono convinto, tuttavia, che la meditazione sulla morte debba incrementare la nostra consapevolezza della vita, ed è tanto più utile quanto più ci permette di celebrare la vita in ogni prezioso attimo che ci è concesso di vivere. Quali stati d’animo, quasi mai consapevoli, attraversano chi fugge se stesso e la propria precarietà? Oscuri malesseri, sogni disattesi, giornate inquiete e spesso nervose, tensione costante allo stomaco, una sottile, pervasiva e attraente propensione alla tristezza, una irritazione frequente verso chi ci attraversa la strada, una chiusura miope degli orizzonti possibili, il triste disarmo del cuore e amori frequenti e superficiali che si frangono sempre più spesso sugli scogli delle prime difficoltà (cfr. S. Olianti, Di fronte alla morte impara la vita. Per un’etica della speranza, Emp, 2022).
Come fare, allora, per dare un senso e una direzione consapevole alla propria vita, in modo che la morte biologica non sia preceduta da quella esistenziale, facendoci accorgere a un certo punto di non aver mai vissuto? Bisogna fare i conti con la nostra mortalità, con il tempo, breve, che ci è dato di vivere. Rammentare e ruminare spesso le parole del Salmo 90: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio». E cercare di fare in modo che la morte ci trovi vivi, che la vita sia vissuta seguendo le tracce del desiderio e non vivendo la vita di qualcun altro, ricordando sempre che, più che la morte, si deve temere il non aver mai vissuto. Insomma: dovremmo cercare di essere consapevoli della morte per ricordarsi di vivere.
«Ricordati di vivere», Memento vivere: questa frase, letta su un muro di Firenze, mi ricorda allora che spesso la vita viene seppellita, offuscata dal timore della morte, quando invece dovrebbe essere spinta dalla consapevolezza della nostra finitudine e librarsi in alto fino al suo compimento. Mi sento in sintonia con Spinoza, quando scrive: «La saggezza è un’autentica meditazione della vita, non della morte» (Etica, libro IV, prop. 67).
Credo che siamo arrivati a un bivio della storia che ci vede divisi tra quelli che scelgono il nulla di senso e quelli che optano per il senso del tutto; tra quelli che credono che nulla abbia senso e quelli che intravedono un senso in ogni parola, in ogni gesto, in ogni accadimento quotidiano. I seguaci del nulla sembrano più numerosi; di fatto siamo sommersi da forme di nichilismo pratico e accidioso che propaga un veleno molto contagioso: il veleno della insensatezza, dell’impotenza e del cinismo. Ogni giorno ci vengono somministrate flebo di nichilismo con questi veleni mortiferi. Questa cultura nichilista e accidiosa, dove accidia è soprattutto incapacità di abitare la propria vita – quella che Montale, con un verso prodigioso, definirebbe «spesso il male di vivere ho incontrato» – ha tutto l’interesse che gli uomini non pensino, non riflettano sulla loro precarietà e mortalità e passino piuttosto il tempo ad alienarsi nei grandi centri commerciali. Perché farsi domande sul senso della vita? Meglio chiedersi qual è la compagnia telefonica più conveniente o intontirsi davanti alle vetrine dei negozi. Questa cultura nichilista ha bisogno di esseri umani tristi, depressi e famelici. Perché questa configurazione antropologica è la più funzionale al consumo: più sei triste e angosciato, e quindi famelico, e più compri. Perché la pancia dell’anima la devi riempire con qualcosa, dal momento che la fame resta. La morte? Perché pensare alla morte, a che serve? Se la vita non ha senso meglio comprare un’auto nuova! Chomsky ci direbbe che sono «armi di distrazione di massa», per rimuovere il peso della morte che incombe su di noi.
A questo punto mi verrebbe da chiedere, con le parole di un altro grande poeta, Giuseppe Ungaretti: ma la morte si sconta vivendo? Io credo piuttosto che la morte si sconti non vivendo, lasciandosi morire ogni giorno a piccole dosi, vivendo una vita diminuita, meschina, senza orizzonti, senza significato, senza gusto e senza gioia. Una vita di fughe e di rimpianti, di sogni mai vissuti, di desideri traditi. È così che si sconta la morte, da vivi, anzi da vegeti (cfr. S. Olianti, Di fronte alla morte impara la vita, Emp). «Ricordati che sei vivo», «ricordati di vivere», allora, è scegliere che la tua vita abbia un senso e che non sia un capriccio del caso o uno sbaglio della natura. Io ho scelto di credere che la mia vita abbia un senso, anche quando non lo intravedo per me, ma consumo le mie giornate nell’aiutare gli altri a trovare un senso nella loro vita. Io scelgo di vivere, sempre, anche quando la vita morde e appesantisce l’anima. Sentirsi vivi, allora, è esercitare la meraviglia, respirare ed essere grati di ogni momento donato.
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