Masterchef della fede

«Gusto e fede», un connubio originale che accomuna strutture ricettive sorte negli anni a Roma, per celebrare, nella gioia di un convivio, prossimità e annuncio della speranza cristiana.
30 Agosto 2025 | di

Quando un viandante o un pellegrino si ferma ed entra per chiedere un’informazione, il primo gesto che riceve è l’offerta di un bicchiere d’acqua. A porgerlo, le donne del ristorante Eau vive, «acqua viva», nel centro di Roma. Siamo a due passi da Palazzo Madama e dalla chiesa di San Luigi dei Francesi – nota per i capolavori caravaggeschi –, per la precisione in via del Monterone. Sulla soglia del locale, donne di varia nazionalità, asiatiche o africane, in abiti tradizionali, sorridono ai passanti e li invitano a conoscere la loro esperienza. Che tocca, in primis, le papille gustative. Parte, cioè, da cibi succulenti, preparati con cura e professionalità. Un sorso d’acqua fresca, così, è l’inizio di una relazione che va oltre il normale rapporto tra cliente e ristoratore, e tocca corde come l’accoglienza, la benevolenza, il servizio dispensato con amore. L’offerta di prelibatezze preparate con uno stile da cucina francese, arricchite da accenti orientali, non ha nulla a che vedere con i menu turistici che ammaliano i passanti nei dintorni, spesso con cibo di scarsa qualità. Servendo il filetto di vitello al marsala o i gamberi delle isole con banane – il piatto del giorno alterna ricette dei diversi continenti – le donne dell’Eau vive sono infatti autentiche… masterchef della fede!

Sì, perché non solo sono cuoche provette, ma anche consacrate in una congregazione, le Operaie Missionarie dell’Immacolata, che negli ultimi anni si è legata al Terz’Ordine Carmelitano. Spiega al «Messaggero di sant’Antonio» suor Ana Hong Nguyen, vietnamita, responsabile di una comunità di una quindicina di suore di cinque nazionalità che, tra la sala e la cucina, portano avanti un locale che può ospitare oltre 200 coperti: «La nostra missione si ispira all’episodio evangelico dell’incontro di Gesù con la Samaritana. Anche oggi Gesù ha sete di anime e la nostra missione è far udire il suo grido: “Dammi da bere”, per condurre l’umanità alla fonte di acqua viva che sgorga dal suo cuore». I ristoranti sono «luoghi adatti all’evangelizzazione perché tutti ci vengono, credenti e non credenti», precisa ancora. La testimonianza di fede emerge chiara ogni sera quando, mentre i commensali gustano il riso e il pollo allo zenzero, «con i clienti cantiamo l’Ave Maria di Lourdes, affidando alla Vergine le loro intenzioni», riferisce. Si prega con semplicità anche con i non credenti, in un’atmosfera di silenzio e intimità con Dio che pervade la sala colma di pellegrini.

Il nome Eau Vive l’ha scelto il fondatore della congregazione, il sacerdote francese padre Marcel Roussel Galle (1910-1984), convinto di legare il dono del Vangelo al nutrimento dell’essere umano. E così, grazie alla disponibilità dei locali di Palazzo Lante, uno dei più celebri palazzi romani del XVI secolo, nel 1969 Eau Vive è divenuta realtà e oggi, dopo 56 anni, continua la sua opera. «Il nostro è un lavoro spirituale – insiste la religiosa –, perché è partecipazione alla redenzione: lo offriamo per la nostra santificazione e per la salvezza delle anime». I prezzi all’Eau Vive sono popolari e, comunque, il fine non è il mero profitto: il guadagno del locale viene infatti inviato alle missioni della congregazione (orfanotrofi, case di accoglienza, scuole, attività sociali...), che le sorelle promuovono in varie nazioni, nei cinque continenti.

I giovani di «SH82»

Stesso spirito missionario, ma con un’attenzione rivolta ai giovani, si ritrova in un altro locale che spicca nel quartiere romano di San Lorenzo, nell’area dove sorge l’ateneo La Sapienza, brulicante di universitari. Nelle sere della movida, quando gli studenti si ritrovano in piazza dell’Immacolata, alcuni giovani missionari laici – visi distesi, occhi sorridenti – li invitano a ritrovarsi al SH82, in via dei Sardi. Quel «SH» sta per «Shalom», dal nome della comunità carismatica che l’ha fondato. Nel cuore del rione, tra ristobar, pizzerie, pub e locali che si popolano di giovani specialmente nel weekend, la proposta del locale targato Shalom è una sala per studio o per ritrovo, dove sorseggiare un tè o un caffè, mangiare un panino o una piadina, fare un break nello studio o nel lavoro. Ma all’interno, dietro un séparé, si apre un altro locale che è lì senza farsi notare troppo: una cappellina, dove ci si può fermare a meditare e pregare. E dove ogni giovedì sera, dopo la cena servita nel locale, i giovani vivono un momento di preghiera.

Grazie all’ausilio di una ventina di volontari che si alternano per il servizio, e grazie alla presenza sui social media che rende visibile ogni evento organizzato, l’SH82 è un luogo mutilingue, dinamico e creativo, anche nell’annuncio del Vangelo. Mentre Sara accoglie il visitatore, Juliette e Florentine, studentesse di Lione, a Roma per un tirocinio di tre mesi, socializzano prima delle lezioni. Poco più in là, in silenzio, Tabità, ragazza brasiliana, sosta a studiare con il suo pc in cappella: davanti al volto di Gesù trova ispirazione per le sue attività. «Si è partiti dal desiderio di creare uno spazio che parlasse il linguaggio dei giovani, per permettere loro di avere un’esperienza personale di incontro con Gesù – spiega Amanda Praseres, giovane brasiliana, ieri ricercatrice all’Università del Maranhão, oggi missionaria a tempo pieno, prima nei Paesi Bassi, ora in Italia –. Così nel 2019 è nato l’SH82. E, nel gennaio scorso, all’inizio dell’anno giubilare, abbiamo trovato una nuova sede, rinnovato i locali, e riorganizzato la missione che è, essenzialmente, donare speranza».

Il numero «82» ricorda l’anno di nascita della comunità Shalom, esperienza carismatica avviata in Brasile, forte oggi di circa 12mila missionari presenti in 32 Paesi, che coinvolge coppie di sposi, consacrati, sacerdoti, giovani e adulti. Alla comunità la Santa Sede ha affidato anche l’animazione del Centro San Lorenzo, accanto all’antica Basilica di San Lorenzo in Piscibus, a pochi metri dal Vaticano. Sono loro l’anima di un luogo che, partendo dalla condivisione di un pasto o di una bevanda, propone un annuncio di gioia e di pace. Lo slogan del locale recita «Casa tua». I giovani, tra un panino e un succo di frutta, si sentono a casa. In fraternità e con una speranza nuova.

Il «Mendicante»

È quella stessa speranza che cercano, dispersi nel caos della capitale, uomini e donne di oggi: la cercano quanti hanno subito ferite dalla vita, come le persone senza fissa dimora o senza un lavoro, ma anche adulti e professionisti che, in fondo al cuore, scavano per trovare il senso della vita. Tanti, tra costoro, si ritrovano a condividere la tavola al Mendicante, una trattoria e pizzeria all’interno di un vecchio casale ristrutturato, che si raggiunge spostandosi verso la periferia orientale della città, in un’area rurale ove godere del contatto con la natura. Inserita nel contesto di una associazione di volontariato (i «Volontari del capitano Ultimo», fondata dal noto generale dei carabinieri) che gestisce anche una casa di accoglienza per minori, l’esercizio del Mendicante – tra un menu a prezzo fisso o una pizza, ma anche spazio per eventi privati – si configura come un’opera solidale. «Quanto si raccoglie serve a mantenere in vita le opere sociali portate avanti nell’associazione» spiega Mafalda, una della volontarie attive nella struttura. La mensa accoglie simultaneamente clienti paganti e ospiti: tra questi ultimi, almeno venti persone al giorno, con difficoltà economiche, vengono sfamate a pranzo e a cena. «Il nostro motto è: bussate e vi sarà aperto – spiega la donna –, e da noi le porte sono sempre aperte», aggiunge. Qui la domenica, tra volontari, immigrati, avventori di varie nazionalità, tra credenti di varie religioni e non credenti, don Massimiliano Caliandro, parroco della vicina chiesa di Santa Maria Madre dell’Ospitalità – «anche il nome della parrocchia è un segno», dicono nella comunità –, viene la domenica, prima del pranzo, a celebrare Messa in una speciale chiesa-capanna. È una struttura in legno con pali e tetto, senza pareti, cifra del suo spirito: niente barriere quando si mangia, tantomeno quando si prega. 

Metodo «Alpha»

La medesima libertà di trascorrere un tempo di serena convivialità attorno a una tavola imbandita la si ritrova nelle speciali cene organizzate da alcune comunità parrocchiali a Roma, seguendo il metodo Alpha, progetto di evangelizzazione sorto nel 1978 a Londra. L’idea nacque da un parroco che, per avvicinare le persone a Cristo, volle organizzare una cena nella propria chiesa. L’invito, rivolto soprattutto a non credenti, parla di «un apericena e un discorso su Gesù». Si tratta di un’esperienza di annuncio di fede in cui – racconta padre Simone Russo, parroco della chiesa di Santa Maria Maggiore in San Vito, all’Esquilino – «ci si riunisce intorno a una mensa, a mangiare squisitezze e a parlare in un’atmosfera distesa, che favorisce l’incontro con l’altro, ma anche il contatto con la propria anima e con Dio». «La qualità del cibo in tavola è cruciale – ammonisce il parroco, chiedendo al contempo “bontà e bellezza” del luogo – dunque bisogna prepararsi bene». La grazia di Dio fa il resto. D’altronde, ricorda, «anche Gesù le cose più belle e più importanti, le ha fatte a tavola».

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Data di aggiornamento: 30 Agosto 2025
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